BUENOS AIRES – Nella polarizzata e colorita politica argentina, una formazione che si chiama Partito del Dialogo sembra un ossimoro. Ma esiste davvero e il suo leader è Emilio Monzó, 61 anni, avvocato di formazione ed ex presidente della Camera dei deputati.
È considerato uno dei principali artefici politici della coalizione Cambiemos, che ha promosso e ottenuto la candidatura presidenziale di Mauricio Macri nel 2015. Dal 2015 al 2019, durante la presidenza Macri, è stato presidente della Camera, poi rieletto eletto deputato nel 2021. Attualmente fa capo all’alleanza Provincias Unidas.
“Mi sono innamorato della politica già intorno al 1983 – dichiara, davanti al pubblico delle Cene del Lunedì del Circolo Italiano di Buenos Aires –. Sono un prodotto di quella generazione, che celebrava la democrazia nel momento in cui Raúl Alfonsín, dopo la vittoria elettorale, era diventato un eroe per tutti i giovani”.
All’epoca faceva parte dell’Ucd (Unione del centro democratico), un partito liberale conservatore, ma dentro l’arco costituzionale.
C’era ancora il muro di Berlino. Il mondo era diviso in due. Scegliere da che parte stare poteva essere doloroso, ma le differenze erano chiare. “Sono stato, come ogni giovane, radicale nelle mie posizioni, arrogante. A quell’età travolgiamo tutto ciò che incontriamo, ero un appassionato dell’ideologia”, ammette.
Poi è la vita a occuparsene. “Le circostanze, le frustrazioni, i fallimenti… Cominci a capire he anche l’altro ha una legittimità nelle proprie idee – aggiunge –. E smetti di essere radicale nelle tue posizioni”. Negli anni ’90, il menemismo assorbe l’Ucd e Monzó transita nel peronismo, aderendo al PJ, il Partito Giustizialista.
“È stata un’esperienza molto arricchente – ricorda –. Militavo in un’unità di base. In una sede del PJ trovi l’ingegnere e il russo Zapata, sempre ubriaco, nello stesso posto. E allora cominci a capire il russo Zapata, cominci a entrare in case molto umili, cominci a comprendere, ad avere empatia, che non avevo quando abbracciavo le idee radicali del liberalismo dell’Ucd”.
È in quel periodo che Monzó inizia a fare politica attiva, iniziando dal Consiglio comunale di Carlos Tejedor, la sua città natale, nel Nord-Ovest della Provincia di Buenos Aires.
“Volevo iniziare la carriera politica dal primo gradino, consigliere comunale, fino ad arrivare a presidente della Nazione, aspirazione che ormai ho abbandonato – scherza –. E da quella prima elezione in Comune ci sono state anche tante sconfitte”.
Monzó si candida a sindaco a Carlos Tejedor, ma perde due volte per pochi voti. “Ogni volta a piangere, a ricominciare da capo”, rivela.
Nel 2003, finalmente, vince le elezioni comunali. “Fosse stato per me, avrei continuato per un altro mandato di 4 anni anche nel 2007”, ammette.
Ma arriva la svolta. Daniel Scioli, governatore della Provincia di Buenos Aires, lo chiama come ministro dell’Agricoltura della sua giunta.
È il 2008, esplode il conflitto della risoluzione 125, con cui Cristina Kirchner aveva legato la tassazione sulle esportazioni di cereali all’andamento dei prezzi. Questa scelta provoca braccio di ferro con le organizzazioni dei grandi proprietari agricoli, al punto che lo stesso Jorge Bergoglio, allora arcivescovo di Buenos Aires, aveva preso posizione contro Cristina, il suo governo e la 125 e la 125.
Monzó non rinuncia ad applicare il proprio metodo dialoghista. “Incontravo le organizzazioni del settore agricolo, prima mi insultavano, poi, conversando, dialogando, comprendendo gli altri, cominciavo a ottenere la loro accettazione”, spiega. Un modus operandi che diventa con il tempo il suo marchio di fabbrica.
Nel 2010 se lo contendono sia Néstor sia Mauricio Macri: entrambi lo vogliono nel ruolo di organizzatore. Sceglie Macri e “inventa” Cambiemos, fino alla vittoria alle presidenziali del 2015.
“Da allora, in 10 anni, la tecnologia, il cellulare, hanno trasformato assolutamente tutto: la politica, la nostra vita, le nostre relazioni, non c’è un ambito dal quale sia escluso – dice –. ‘Pensare’ è la vera resistenza di fronte a questa intrusione delle piattaforme digitali nelle nostre vite. Erano nate come una rete, servivano per comunicare, per trovare parenti, amici di cui si erano perse le tracce. Poi i padroni scoprono però che la cosa importante in tutto questo è mantenere la nostra attenzione. Quindi cominciano a lavorare con i like e le condivisioni”.
Per Monzó, quando si parla di social media, al posto della parola “condividere” bisognerebbe usare “esibire”. E aggiunge: “La gente comincia a esibire se stessa, a mettere like, a creare comunità virtuali. Le comunità virtuali hanno, diceva Papa Francesco, un vizio: sei tu a scegliere chi appartiene alla comunità. Non è come nella comunità reale, dove non puoi filtrare chi entra e chi non entra”. E questo ti obbliga alla tolleranza e alla convivenza.
Il problema, secondo il politico, sta anche nel rapporto con il tempo. “Quante ore ci porta via il telefonino ogni giorno? Da 5 ore e mezza a 6. Ci sono ingegneri e neuroscienziati che sanno come generare la nostra dipendenza dal cellulare”.
In politica, le conseguenze sono devastanti. Chi controlla le piattaforme controlla le elezioni. “È deprimente – confessa –. Tutto il lavoro per generare fiducia e relazioni diventa inutile”. L’unico modo per vincere è trovare un candidato dirompente, apparentemente antisistema, che faccia appello alle emozioni negative.
Ma questo ha conseguenze e un prezzo da pagare. “Cominciamo a collocare l’avversario come un nemico politico – afferma –. Attraverso l’insulto consolidiamo la nostra tribù. Questo ci lascia pochissimo margine, se non siamo uniti, se non generiamo una massa critica politica che comincia a scoperchiare e a comprendere gli interessi che ci sono dietro. Questo modo di comunicare sta facendo molto male, non soltanto alla politica, ma al Paese”.