BRUXELLES - Dopo la crisi energetica innescata dalle tensioni in Iran e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, le principali istituzioni globali paventano ora il rischio concreto di un collasso agroalimentare. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) ha avvertito che il blocco di Hormuz non rappresenta un’interruzione temporanea del traffico marittimo, bensì l’inizio di uno shock sistemico. Senza interventi preventivi urgenti, la crisi rischia di innescare un’impennata globale dei prezzi alimentari entro i prossimi sei-dodici mesi.
L’impatto di questa destabilizzazione è già misurabile: l’Indice dei prezzi alimentari della Fao ha registrato ad aprile il terzo aumento mensile consecutivo, trainato proprio dall’impennata dei costi dell’energia e dalle interruzioni logistiche in Medio Oriente. Secondo gli analisti dell’Onu, lo shock si sta manifestando attraverso una precisa reazione a catena: il rincaro dei carburanti colpisce la produzione di fertilizzanti e sementi, provocando rese agricole inferiori, l’aumento dei prezzi delle materie prime e, infine, una pesante inflazione alimentare sui consumatori.
Il settore agricolo europeo si trova nuovamente in prima linea, rivivendo una crisi degli approvvigionamenti analoga a quella sofferta nel 2022 allo scoppio della guerra in Ucraina. Presentando un piano d’azione d’emergenza alla plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo, il commissario Ue all’Agricoltura, Christophe Hansen, ha ammesso che l’accessibilità economica dei concimi ha toccato i minimi storici.
“La dipendenza diretta dell’Europa dalle importazioni dal Medio Oriente è limitata, ma i fertilizzanti sono materie prime globali. Oggi i prezzi dei prodotti azotati sono circa il 70% più alti rispetto alla media del 2024. Se nel breve termine non si registrano problemi di fornitura, le reali preoccupazioni crescono in vista delle semine per i raccolti del 2027”, ha spiegato Hansen.
I dati Eurostat confermano l’escalation: nell’ultimo trimestre del 2025 i prezzi dei fertilizzanti nell’Unione sono cresciuti dell’8% su base annua, registrando aumenti consecutivi per quattro trimestri. Il rincaro ha colpito 24 dei 27 Paesi membri, con picchi critici in Romania (+16,8%), Irlanda (+15,3%) e Paesi Bassi (+12,1%), a fronte di lievi controtendenze solo in Bulgaria (-6,1%), Croazia e Lituania (entrambe a -0,2%).
Per rispondere alla crisi, la Commissione europea ha presentato un piano straordinario che prevede aiuti finanziari diretti agli agricoltori tramite una variazione di bilancio attesa a giugno. Il provvedimento ha però incassato la dura bocciatura delle principali sigle di categoria italiane (Confagricoltura, Coldiretti e Cia) che lo hanno liquidato come “deludente” e inadeguato.
Al centro del dibattito rimane lo scontro sul CBAM, il dazio climatico europeo applicato ai fertilizzanti importati da Paesi privi di politiche di decarbonizzazione; le associazioni agricole ne chiedono a gran voce la sospensione temporanea, considerandola un salvagente immediato per alleggerire i costi di produzione, ma per la Commissione l’interruzione non rappresenta una buona idea. L’unica misura del piano Ue a riscuotere il plauso dei produttori è invece la definitiva apertura all’uso del digestato, il residuo organico della fermentazione negli impianti di biogas ricco di azoto, fosforo e potassio, che era stato caldeggiato a inizio anno dal ministro dell’Agricoltura italiano Francesco Lollobrigida come alternativa ai fertilizzanti chimici tradizionali. Nel lungo periodo, infine, Bruxelles punta a incentivare l’indipendenza strategica europea promuovendo l’uso di fertilizzanti biologici e soluzioni microbiche, biostimolanti, biomassa di alghe e il recupero di nutrienti dai fanghi di depurazione.
Il capo economista della Fao, Maximo Torero, ha sottolineato che la finestra di opportunità per un’azione preventiva si sta chiudendo rapidamente e che le decisioni immediate dei governi determineranno la portata della crisi. “È giunto il momento di aumentare la capacità di assorbimento dei Paesi e la loro resilienza a questo collo di bottiglia attraverso interventi congiunti di governi, istituti finanziari e settore privato”, ha spiegato Torero.
David Laborde, direttore della Divisione di Economia Agroalimentare della FAO, ha suggerito come contromisura logistica immediata lo spostamento dei flussi commerciali su rotte via terra e via mare alternative, sfruttando la penisola arabica orientale, l’Arabia Saudita occidentale e il Mar Rosso. Tali rotte hanno tuttavia una capacità limitata.
Per questa ragione la Fao ha stilato un vademecum di raccomandazioni politiche vincolanti, chiedendo anzitutto ai grandi produttori la massima moderazione per evitare restrizioni all’esportazione di energia, sementi e fertilizzanti. L’organizzazione sottolinea poi la necessità di esentare tassativamente gli aiuti alimentari internazionali da qualsiasi blocco o dazio commerciale e di promuovere nei piani d’emergenza la consociazione colturale tra cereali e legumi, una tecnica che riduce il bisogno di concimi azotati migliorando al contempo la resa nutrizionale del terreno.
Infine, si raccomanda di attivare ammortizzatori sociali sul modello dell’America Latina, evitando sussidi generalizzati che pesano sui bilanci statali e dando invece la priorità a un welfare mirato che, attraverso registri digitali, destini i fondi direttamente alle famiglie rurali vulnerabili e ai piccoli agricoltori, in particolare in Africa.
Il fattore tempo rimane la variabile più critica di questa crisi, la cui gravità rischia di essere amplificata dall’imminente arrivo del fenomeno climatico El Niño, che minaccia di portare forti siccità e alterare i cicli delle piogge nelle principali regioni agricole del pianeta.