CANBERRA – Il dibattito sulla tassazione delle esportazioni di gas naturale liquefatto (LNG) si intensifica, con nuove pressioni sul governo federale affinché introduca un prelievo più elevato su un settore accusato di generare profitti elevati senza un ritorno proporzionato per il Paese.
Al centro della discussione c’è la proposta di una tassa del 25% sui ricavi delle esportazioni di gas, che secondo il centro studi Australia Institute potrebbe generare fino a 17 miliardi di dollari all’anno per il bilancio federale. L’idea sta raccogliendo consensi trasversali, includendo esponenti dei due maggiori partiti, il Liberale Andrew Hastie, il Laburista Ed Husic e anche il CEO della Commonwealth Bank, Matt Comyn.
A sostenere con convinzione la misura è Greg Bourne, ex presidente di BP Australasia e oggi membro del Climate Council. Intervenendo davanti a una commissione del Senato, Bourne ha accusato i governi di aver stretto negli anni un “patto sbilanciato” con l’industria del gas, lasciando agli australiani una quota limitata dei benefici.
“Si finisce per dipendere dalle compagnie, mentre ai cittadini arriva ben poco”, ha affermato. Secondo Bourne, le minacce delle aziende di ridurre gli investimenti in caso di nuove imposte vanno ridimensionate. “Il loro margine di manovra si è ridotto: i progetti realmente redditizi sono sempre meno e la domanda globale di combustibili fossili è destinata a calare”.
L’industria respinge però queste posizioni. BP, nella sua memoria presentata alla Commissione, sostiene che una tassa del 25% renderebbe molti progetti non sostenibili economicamente. Anche l’associazione Australian Energy Producers avverte che un aumento della pressione fiscale potrebbe spingere le aziende a investire altrove, indebolendo il settore energetico nazionale. Il comparto ricorda di aver versato circa 22 miliardi di dollari tra tasse e royalties nell’anno fiscale 2024/25.
Il confronto si inserisce in un contesto più ampio, segnato dalla transizione energetica e dalla crescente attenzione ai ricavi derivanti dalle risorse naturali. Tra le proposte alternative, l’economista Ross Garnaut suggerisce un modello simile a quello norvegese, con un sistema che condivida rischi e profitti tra Stato e imprese.
Dal fronte politico, i Verdi criticano l’atteggiamento delle compagnie, accusate di evitare un confronto diretto con il Parlamento. La questione resta aperta e potrebbe diventare uno dei nodi principali del prossimo bilancio, chiamato a scelte difficili tra entrate fiscali, investimenti e strategia energetica.