ABU DABHI - Gli Emirati Arabi Uniti avrebbero lanciato attacchi segreti di vasta portata contro l’Iran durante il conflitto che vede Teheran contrapposta a Stati Uniti e Israele. Questa mossa senza precedenti rischia di trascinare alcuni Stati del Golfo in una guerra diretta con la Repubblica Islamica. La rivelazione, diffusa in esclusiva dal Wall Street Journal sulla base di fonti ben informate, descrive gli Emirati come pronti a usare i loro aerei da combattimento di fabbricazione occidentale per proteggere il proprio potere economico e la crescente influenza in tutto il Medio Oriente.
Parallelamente, fonti citate dal Guardian mettono in luce profonde divisioni strategiche all’interno degli Stati del Golfo, in particolare tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Al centro del dibattito vi è la questione se la reazione araba per le offensive iraniane debba sfociare in rappresaglie militari o se, al contrario, ciò possa generare un livello di ostilità da parte di Teheran tale da minacciare i delicati rapporti diplomatici tra i Paesi della regione.
Le operazioni condotte dagli Emirati, rimaste non rivendicate, includono un bombardamento eseguito ad aprile contro una raffineria sull’isola iraniana di Lavan, nel Golfo Persico. A dimostrazione della tensione diffusa nell’area, il Kuwait ha inoltre annunciato l’arresto di almeno quattro membri del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, intercettati mentre tentavano di compiere attacchi terroristici sull’isola di Bubiyan.
“È significativo che un Paese arabo del Golfo, in veste di parte belligerante, abbia colpito direttamente l’Iran”, ha affermato Dina Esfandiary, analista del Medio Oriente. Secondo l’esperta, Teheran cercherà ora di acuire ulteriormente le tensioni tra gli Emirati e gli altri Paesi arabi della regione che stanno invece tentando di mediare per porre fine alla guerra.
Prima del conflitto, le monarchie del Golfo avevano dichiarato che non avrebbero permesso l’utilizzo del loro spazio aereo o delle loro basi per attacchi. Tuttavia, una volta iniziata la guerra, l’Iran ha lanciato una massiccia offensiva di missili e droni contro centri abitati, infrastrutture energetiche e aeroporti della penisola arabica, nel tentativo di aumentare i costi economici e politici per costringere Stati Uniti e Israele a desistere.
L’Iran ha concentrato gran parte del suo fuoco proprio contro gli Emirati Arabi Uniti, prendendo di mira il Paese con oltre 2.800 vettori: un volume di gran lunga superiore a quello indirizzato verso qualsiasi altra Nazione della regione, incluso lo stesso Israele.
Questo incessante bombardamento ha colpito duramente i pilastri del modello emiratino, provocando pesanti ripercussioni sul traffico aereo, sul turismo e sul mercato immobiliare, oltre a un’ondata di licenziamenti e sospensioni dal lavoro. Di conseguenza, la prospettiva strategica del Paese è mutata radicalmente: l’Iran è ormai considerato un attore apertamente ostile, intenzionato a minare alle fondamenta un sistema basato sull’attrazione di talenti stranieri e sulla reputazione di sicurezza e stabilità. Spinti da questa nuova consapevolezza, gli Emirati Arabi Uniti sono emersi come il Paese più apertamente conflittuale del blocco arabo, mantenendo una stretta cooperazione militare con Washington.
Oltre ai raid aerei, Abu Dhabi si è mossa con decisione anche sul piano diplomatico e finanziario. Alle Nazioni Unite ha appoggiato le bozze di una risoluzione che autorizzava l’uso della forza per rompere la morsa dell’Iran sullo Stretto di Hormuz. Sul fronte interno, le autorità emiratine hanno colpito gli interessi di Teheran a Dubai, disponendo la chiusura di scuole e club legati alla Repubblica Islamica e negando visti e permessi di transito ai cittadini iraniani. Tali misure hanno interrotto bruscamente il canale di supporto economico che gli Emirati avevano storicamente fornito all’Iran di fronte alle sanzioni occidentali, spingendo Teheran ad accusare apertamente gli Emirati di essersi uniti alla campagna statunitense e israeliana.
Diametralmente opposta resta la posizione ufficiale dell’Arabia Saudita, fermamente ancorata a una linea di moderazione. Esplicitando la visione di Riad sul quotidiano Arab News, Turki al-Faisal, ex ambasciatore saudita negli Stati Uniti, ha lanciato un duro monito: “Se il piano israeliano riuscisse a scatenare una guerra tra noi e l’Iran, la regione verrebbe trasformata in uno stato di devastazione e distruzione. In questo modo, Israele riuscirebbe a imporre la propria volontà sulla regione, rimanendo l’unico attore in gioco nel nostro territorio”.
Gli analisti concordano sulla gravità degli scenari in caso di un coinvolgimento totale del Regno Saudita in un conflitto aperto. Un’escalation militare comporterebbe la probabile distruzione degli impianti petroliferi sulla costa orientale, il bombardamento delle vitali infrastrutture di desalinizzazione dell’acqua, conseguenze catastrofiche per i pellegrinaggi alla Mecca e il totale congelamento dei progetti legati a Vision 2030.
Le profonde divergenze sulla gestione della minaccia iraniana riflettono spaccature ideologiche di vecchia data, esacerbate dalla scelta degli Emirati di normalizzare i rapporti con lo Stato ebraico tramite gli Accordi di Abramo. La strategia di Teheran volta a internazionalizzare il conflitto ha rinfocolato le divisioni politiche tra le monarchie del Golfo, costringendole a muoversi in ordine sparso.
Mentre l’intera regione si interroga sui crescenti rischi per la sicurezza e sull’affidabilità della protezione statunitense, Abu Dhabi ha scelto di raddoppiare, stringendo un legame ancora più saldo con Washington, come confermato da Anwar Gargash, consigliere diplomatico del presidente emiratino.