PECHINO - “Riusciranno Cina e Stati Uniti a superare la trappola di Tucidide e a creare un nuovo paradigma nelle relazioni tra grandi potenze?”. La domanda posta dal leader cinese Xi Jinping a Donald Trump all’interno della Grande Sala del Popolo, riportata dall’agenzia ufficiale Xinhua, non è un semplice esercizio accademico. Si tratta di uno dei concetti più ricorrenti e profondi utilizzati per descrivere la complessa rivalità strategica che unisce e divide Washington e Pechino.
Per comprendere appieno la citazione, occorre risalire alla Grecia del V secolo a.C. e alle pagine della Guerra del Peloponneso scritte dallo storico Tucidide. Analizzando le cause del conflitto tra Sparta e Atene, l’autore giunse alla conclusione che fu proprio l’ascesa fulminea di Atene a instillare nei dominatori spartani un timore tale da rendere la guerra strutturalmente inevitabile.
In epoca contemporanea, l’espressione è stata resa celebre dal politologo di Harvard Graham Allison, che l’ha applicata direttamente al rapporto tra Stati Uniti e Cina. Secondo Allison, la crescita economica, tecnologica e militare di Pechino produce inevitabili attriti con l’ordine internazionale a guida statunitense. Tuttavia, parlando recentemente alla Cnbc, il professore ha mostrato ottimismo, ipotizzando che l’attuale tregua commerciale tra le due superpotenze possa evolversi in un accordo formale e duraturo, una linea di pensiero condivisa dai 17 Ceo statunitensi che accompagnano Trump, i quali hanno manifestato una forte fiducia ai giornalisti.
Nelle parole di Xi Jinping, evocare questo scenario risponde a una duplice esigenza strategica. Da un lato, come sottolineato dal Wall Street Journal, Pechino vuole presentarsi come una potenza responsabile che desidera relazioni pacifiche e una collaborazione pragmatica sui grandi dossier globali. Dall’altro, la Cina utilizza questa formula per puntare il dito contro Washington quando le tensioni aumentano, suggerendo che il vero pericolo non sia l’ascesa cinese, ma la reazione di contenimento degli Stati Uniti.
Per la diplomazia cinese, superare la trappola di Tucidide significa costruire una relazione tra pari che preveda una drastica riduzione della competizione ideologica e della pressione militare nel Pacifico. Questo percorso richiede inoltre il riconoscimento degli interessi core di Pechino su dossier sensibili come Taiwan, il commercio globale e l’alta tecnologia, segnando così il passaggio da un ordine globale monopolare a un sistema in cui la Cina possa rivendicare pienamente il proprio ruolo di superpotenza.
La sfida egemonica non si limita più ai dazi, ma si è estesa a settori nevralgici come i semiconduttori, l’intelligenza artificiale e il controllo delle catene di approvvigionamento. Ponendo a Trump interrogativi sul futuro dell’umanità e sulla necessità di garantire stabilità al mondo, Xi ha legato la risoluzione di queste controversie a una convivenza pacifica, invitando la Casa Bianca a trattare la Cina come un “partner e non come un rivale”.
Come consuetudine nella retorica di Pechino, la formula mantiene una calcolata ambiguità. Per Washington suona al contempo come un invito alla prudenza e come una pressante richiesta di accettare la nuova proiezione globale della Cina, ricordando che la spirale di sfiducia tra la potenza dominante e quella emergente rischia di diventare incontrollabile se non governata dalla politica.