Tre scultori italiani, attivi fra il 1871 e la fine del secolo, hanno lasciato sulle facciate di Sydney un’impronta davanti alla quale ogni giorno passano migliaia di persone senza alzare lo sguardo. È da qui che è partita la conferenza di Lorraine Kypiotis all’Istituto Italiano di Cultura di Sydney, settimo e ultimo appuntamento stagionale della serie Traces of Italy, realizzata con il Consolato Generale d’Italia a Sydney.
Ad aprire la serata è stato il direttore dell’Istituto, Marco Gioacchini; subito dopo è intervenuto il Console Generale, Gianluca Rubagotti, che ha spiegato come, in un anno e mezzo, la rassegna ha attraversato pittura, scultura, mosaici e decorazioni marmoree, musica, interior design e architettura. Ora l’Istituto sta lavorando a un catalogo divulgativo, non accademico, per rendere quel materiale disponibile anche alle istituzioni australiane. L’obiettivo, ha ricordato Rubagotti, era andare oltre lo stereotipo: gli italiani in Australia non hanno portato soltanto il pomodoro.
Kypiotis, Head of Undergraduate Studies alla National Art School, con un dottorato in storia dell’arte alla University of Sydney e un master in studi rinascimentali italiani, ha ricostruito le carriere di Achille Simonetti, Giovanni Fontana e Tomaso Sani, illustrandole con fotografie delle loro opere scattate da lei. La premessa è che, negli anni Settanta dell’Ottocento, la colonia costruiva a ritmo forsennato e gli scultori professionisti formati scarseggiavano. La domanda che Kypiotis si è posta è perché uomini già affermati abbiano lasciato l’Italia. La risposta che ha proposto è pragmatica: in patria sarebbero rimasti uno fra tanti; in una colonia di meno di novant’anni, invece, potevano diventare il nome sul monumento.
Simonetti (1838-1900) era figlio d’arte, romano, e si era formato all’Accademia Nazionale di San Luca. Nel 1871 il vescovo James Quinn lo convinse a trasferirsi a Brisbane; entro il 1874 era già a Sydney, con un grande studio a Balmain. Le commissioni arrivarono presto: la statua del benefattore John Henry Challis per l’università, i busti di statisti che si trovano ancora nel Parlamento del New South Wales e le figure allegoriche per le nicchie del Colonial Secretary’s Building, fra Macquarie, Bridge e Phillip Street: Misericordia, Giustizia e Sapienza su un angolo; Arte, Scienza e Lavoro sull’altro. Ma il lavoro che lo definì, e che secondo Kypiotis quasi lo rovinò, fu la fontana di Governor Phillip ai Royal Botanic Garden. Sir Henry Parkes gliela commissionò il 18 ottobre 1889 per diecimila sterline. Il costo finale superò le quattordicimila, e i giornali dell’epoca glielo fecero pesare. Simonetti dovette recarsi a Firenze nel 1893 per seguire la fusione dei bronzi, affidata ai fratelli Galli: in colonia non c’erano fonderie all’altezza. Il piedistallo e le vasche in marmo di Carrara vennero invece eseguiti a Genova da Coriolano Fontana. Il monumento, alto circa 15,2 metri, con la statua di Arthur Phillip alta 4,5 metri, fu inaugurato il 22 giugno 1897 in occasione del giubileo di diamante della regina Vittoria.
Fontana arrivò per l’Esposizione internazionale del 1879, ospitata nel Garden Palace, poi distrutto dall’incendio del 22 settembre 1882. Espose una serie di opere in marmo che gli valsero recensioni entusiaste: fra queste La Sonnambula, oggi nella collezione dell’Art Gallery of New South Wales, e altre opere che Sir Henry Parkes acquistò e donò a Bathurst. Da lì arrivarono le commissioni pubbliche. Sua è la statua di John Dunmore Lang a Wynyard Park, una delle poche a portare ancora la firma dell’autore, così come il gruppo marmoreo sopra l’ingresso del GPO in Martin Place: la regina Vittoria seduta e, sotto di lei, Britannia che porge una corona al New South Wales. Secondo Kypiotis, Fontana rimase a Sydney una decina d’anni prima di tornare a Londra: le commissioni non erano quelle che sperava.
Il caso più discusso è quello di Sani, fiorentino. Nel maggio 1882 l’architetto coloniale James Barnet lo ingaggiò per ottocento sterline per scolpire gli altorilievi sui pennacchi della facciata di Pitt Street del GPO. Barnet voleva australiani contemporanei, non divinità: una giovane che flirta con il postino, un tosatore, un astronomo, un minatore. Quando l’opera fu completata, nell’agosto 1883, scoppiò il finimondo. Interrogazioni in Parlamento, lettere infuocate al Sydney Morning Herald, il soprannome di “Barnet’s blot”. Una commissione d’inchiesta ne raccomandò all’unanimità la rimozione. Barnet resistette, chiese tempo e, nel 1886, il Consiglio Legislativo dichiarò le sculture opere d’arte. Fallito nel 1889, Sani ottenne ancora da Parkes le statue del Lands Department Building e, nel 1893, We Won a Centennial Park, un giovane calciatore su un piedistallo interamente popolato di putti che giocano a pallone. Morì a Paddington nel 1915. Perché contano, si è chiesta Kypiotis alla fine? Perché lavorarono negli anni in cui l’Australia stava imparando a immaginarsi come nazione, e quell’immagine gliela scolpirono addosso. Simonetti morì poco dopo aver terminato la fontana; Sani, senza più commissioni. Le loro statue sono ancora lì, sopra le teste di chi passa senza guardarle. Con questa serata la serie Traces of Italy si prende una pausa, ma il calendario dell’Istituto Italiano di Cultura di Sydney non si ferma: Gioacchini ha annunciato nuovi appuntamenti nelle prossime settimane.