Economia e sicurezza nazionale, in ogni Paese, sono sempre materie interconnesse, poiché questi dossier non possono essere trattati in maniera asettica, separati l’uno dall’altro. La dimostrazione è arrivata ancora una volta proprio la scorsa settimana, con il governo che ha dovuto far sentire la propria voce dopo l’esercitazione missilistica cinese nel Pacifico, un segnale che ha riacceso interrogativi sulla stabilità dell’Indo-Pacifico e sulla capacità di Canberra di rispondere a uno scenario internazionale sempre più instabile.
La reazione del governo Albanese è stata opportunamente basata su fermezza diplomatica e rafforzamento delle alleanze regionali.
Il ministro dell’Industria della Difesa, Pat Conroy, intervistato ieri mattina nel programma mattutino dell’ABC, Insiders, ha ribadito che la priorità resta quella di combinare deterrenza e diplomazia, riconoscendo tuttavia che l’intera regione sta vivendo il più intenso riarmo dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Il punto, però, va oltre la cronaca della settimana. L’esercitazione cinese rappresenta soprattutto un banco di prova per la politica australiana, chiamata a dimostrare di possedere una strategia coerente in un mondo che cambia più rapidamente delle categorie con cui siamo abituati a leggerlo. È qui che emerge il primo interrogativo sullo stato di salute del sistema politico nazionale.
Il governo appare consapevole della portata delle sfide internazionali. Negli ultimi anni ha rafforzato la cooperazione con i Paesi del Pacifico, consolidato AUKUS e aumentato gli investimenti militari. Allo stesso tempo insiste sul dialogo con Pechino, evitando il più possibile quella diplomazia urlata, quel ‘bastone e carota’ che, per quanto utile nel breve periodo, raramente produce risultati di lunga portata.
Ma, ribadendo l’ovvio, governare non significa soltanto amministrare l’ordinario o gestire le emergenze. Governare vuole anche dire essere capaci di rappresentare al Paese, ai cittadini, i costi che queste scelte inevitabilmente comportano. Ma. Purtroppo, è proprio sul terreno economico che la politica australiana mostra attualmente le maggiori fragilità.
L’economia resta a un livello di crescita sotto il 2 per cento, il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al ribasso le sue previsioni per l’Australia e la Reserve Bank continua a combattere, con l’unico strumento a sua disposizione, un’inflazione che resta superiore agli obiettivi. E qui torniamo a uno degli argomenti più trattati su queste colonne: gli economisti sembrano essere alquanto concordi nel ritenere che, senza un deciso aumento della produttività, sarà difficile uscire dall’attuale fase di crescita modesta accompagnata da persistenti pressioni sui prezzi.
La sfida è resa ancora più complessa dal contesto internazionale. Le tensioni in Medio Oriente continuano a rappresentare un rischio per i mercati energetici globali. Se, finora, l’Australia è riuscita a limitare gli effetti interni grazie alle politiche di riserva del gas e a una maggiore disponibilità per il mercato domestico, resta evidente quanto il costo dell’energia possa rapidamente trasformarsi in un nuovo motore dell’inflazione.
Difesa, energia, inflazione, produttività: tutti elementi dello stesso problema. È in questa prospettiva che, se il governo prova a fare ciò che può, al netto di scelte che smentiscono le sue stesse promesse elettorali, ancora meno rassicurante appare la situazione sul fronte dell’opposizione.
Dopo la sconfitta elettorale, la Coalizione è ancora impegnata nella ricerca di una propria identità. Angus Taylor tenta di riportare il confronto sui tradizionali temi economici dei conservatori, denunciando la crescita della spesa pubblica, il rallentamento della produttività e quella che considera una crescente presenza dello Stato nell’economia.
Parallelamente ha scelto di attaccare frontalmente One Nation (articolo a pagina 12), accusando il partito di Pauline Hanson di proporre promesse prive di coperture finanziarie e di alimentare aspettative irrealistiche tra gli elettori.
La strategia è comprensibile, dal punto di vista di Taylor, ma ci consegna anche un’opposizione costretta a combattere contemporaneamente due battaglie: una contro il governo e una all’interno del proprio stesso territorio politico.
La crescita di One Nation, lo abbiamo ripetuto più volte, intercetta, e forse in qualche modo manipola, un malessere reale, alimentato dall’aumento del costo della vita, dall’incertezza economica e dalla percezione che i partiti tradizionali fatichino a fornire risposte convincenti. Tuttavia, molte delle proposte economiche avanzate dal partito di Pauline Hanson continuano a suscitare forti dubbi sulla loro sostenibilità. L’idea di Barnaby Joyce di attribuire alla Reserve Bank un ruolo più ampio nella definizione delle politiche economiche e della spesa pubblica rappresenta una rottura significativa con l’attuale assetto istituzionale australiano, con l’indipendenza tra i poteri, e non trova sostegno tra la maggior parte degli economisti.
Il rischio, in generale, per la Coalizione, è che la competizione con One Nation finisca per consumare energie preziose proprio mentre il Paese avrebbe bisogno di un’opposizione capace di elaborare un’alternativa credibile.
Una democrazia compiuta funziona quando esiste un confronto forte tra maggioranza e opposizione, non quando quest’ultima è impegnata soprattutto a difendere il proprio elettorato dalla crescente concorrenza di forze populiste.
Nel frattempo, il quadro internazionale continua ad alzare il livello della pressione.
La competizione strategica tra Stati Uniti e Cina ridisegna gli equilibri commerciali, le catene di approvvigionamento e persino le politiche industriali. Per un’economia aperta come quella australiana, il margine di errore si restringe ogni giorno. Difesa, innovazione tecnologica, sicurezza energetica e crescita economica non possono più essere affrontate con interventi isolati o con misure di breve periodo. Servono scelte coordinate e una visione di lungo respiro. Anche autorevoli osservatori hanno sottolineato come l’Australia rischi di affrontare un periodo prolungato di crescita debole se non riuscirà ad affrontare il nodo della produttività e degli investimenti strutturali. È questa, probabilmente, la lezione più importante della settimana appena trascorsa. Il lancio del missile cinese non può essere letto con disattenzione poiché ci ricorda che la velocità con cui accadono le cose non concede più il lusso di restare sulla riva dl fiume ad aspettare.
Nel tentativo di rappresentare un quadro più ottimista, viviamo in un Paese con un sistema istituzionale solido, un’economia che, pur balbettante, ha già dimostrato capacità di resistenza e resilienza, e strutturato su base di alleanze strategiche importanti. Ma nessuna di queste risorse può sostituire la qualità della politica. Al governo spetta il compito di guidare il Paese senza sottovalutare il peso economico delle proprie decisioni. All’opposizione quello di costruire una proposta seria, evitando di rincorrere slogan che promettono soluzioni semplici a problemi complessi.
La salute della democrazia australiana non si misurerà soltanto nella capacità di rispondere alle provocazioni provenienti dall’esterno. Si misurerà soprattutto nella maturità con cui saprà affrontare le proprie debolezze interne, ricordando che sicurezza, crescita economica e coesione sociale sono da sempre parti della stessa equazione.