Non più lavoro fatto con fatica, sacrificio, dedizione e senso del tempo, nei campi, negli orti, nei giardini. Non più famiglie che costruiscono insieme il futuro di una terra ben abitata, con impegno e senso di appartenenza. Non più cure, né manutenzione, fatte con attenzione e misura.

La rovina diventa crudele, quando il tetto sfondato per non pagare l’IMU accelera il degrado. Quando l’usura delle travi di legno, una volta così calde e umane, il crollo dei pavimenti, le porte e i balconi divelti, aumentano nell’indifferenza, o nei litigi, tra gli eredi.

Piangono i vecchi alberi da frutto, attorno alla vecchia casa abbandonata, in un dolore corale che nessuno sembra avvertire. Piangono le ciliegie che nessuno raccoglie, i primi fichi di giugno spappolati a terra, le albicocche che aspettano invano sul ramo una mano gentile e grata, prima di cadere. Crescono l’edera e i rovi, aggressivi tra gli ulivi. Tristi si accasciano le vigne abbandonate. Crescono attorno i terreni erosi da un’edilizia selvaggia, cubi “moderni” di cemento senza grazia, un pugno nell’occhio di chi abbia un minimo senso della storia di una terra, della sua cultura, delle sue tradizioni, della sua anima.

Perché nessuno sembra sentire questo dolore? Perché nessuno sembra vedere la doppia opportunità che diverrebbe ricchezza per tutti: 1) proteggere dal degrado case rurali e antiche ville, che ben recuperate vivrebbero una seconda vita, fatta di bellezza, energia e saggezza, con spazi abitativi molto più solidi e meglio inseriti nel paesaggio di tanta edilizia contemporanea; 2) preservare terreni rurali, preziosi per l’agricoltura, invece che assecondare un’edilizia selvaggia, figlia di cinici interessi economici, indifferenti al territorio oltraggiato e ferito. Alcuni rari esempi di ottimi recuperi di antiche case indicano che questo è possibile, se si intrecciano visione, rispetto del territorio, competenza edilizia e urbanistica, e volontà politica.

Siamo un popolo che invecchia, tanto e male, senza trasmettere il rispetto e l’amore per le vecchie case e per la terra. Perché non considerare altre possibilità? Intanto, togliere la clausola che permetta di non pagare l’IMU se il tetto è sfondato. Così da evitare un degrado accelerato e crudele con la complicità dello Stato, trovando altre misure di tassazione. O di premio, se la casa venga recuperata. Certo che il recupero è costoso. Tuttavia se venisse fatto tempestivamente, con competenza e saggia economia, dividendo gli spazi, potrebbe consentire a più famiglie, anche immigrate, di avere case dignitose e adeguate. Se entro dieci (o cinque?) anni dalla morte dei proprietari gli eredi non arrivano ad accordarsi sul destino delle vecchie case, amen, la proprietà potrebbe passare allo Stato con l’impegno di una ristrutturazione adeguata.

Sì, è un sogno doloroso. Perché mi avventuro su questo terreno, che non è di mia competenza? Da anni sento il dolore delle vecchie case. Da anni mi interrogo su che cosa si possa fare per rallentare questo degrado pandemico. Ma non vedo né luce, né cambiamenti che facciano ben sperare. Semmai un’accelerazione dell’abbandono e dell’indifferenza in cui esso avviene: per questo sento oggi l’urgenza di condividere questa riflessione.

Preservare la terra coltivabile dovrebbe riguardarci tutti, con un impegno articolato, anche a livello politico regionale, se non nazionale. Valorizzare il potenziale nutritivo della nostra amata terra sarebbe più attrattivo con un’agricoltura che potenzi il chilometro zero e aumenti la retribuzione degli agricoltori che affrontano il maggior rischio d’impresa (basti pensare alla distruttività di una grandinata su un anno di lavoro).

E andrebbero ridotti invece la speculazione e il guadagno della catena commerciale che porta il costo di un chilo di frutta in negozio da quattro fino a otto volte più alto di quanto pagato all’agricoltore. Accanto al rispetto della terra dal punto di vista nutritivo, c’è il rispetto per la storia di un Paese, di un territorio, per la sua tradizione, anche estetica, per la cultura costruttiva, per il senso delle proporzioni e del contesto. I tetti piatti hanno senso nei Paese caldi a bassissima piovosità. Ma che senso hanno nella campagna veneta, dove nel giro di dieci anni dalla costruzione le muffe infiltreranno tetti, intercapedini e pareti? Con quale perdita in salute, per asma, allergie e disturbi respiratori, a cominciare dai bambini?

Se più si sale di latitudine e di piovosità, più i tetti sono spioventi per millenaria saggezza, perché insistere sul cubo piatto? Ridare vita alla terra e alle case abbandonate unirebbe rispetto per le generazioni passate, e per la storia in cui affondano le nostre radici, e visione lungimirante per un futuro da abitare meglio, con consapevolezza e gratitudine.
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