Francesco De Gregori non ha mai avuto bisogno di grandi effetti per attirare l’attenzione. La sua cifra è sempre stata un’altra: parole misurate, canzoni che crescono nel tempo, e un modo di stare sul palco che sembra sottrarsi più che cercare il centro della scena. Anche quando parla dei suoi progetti più recenti, come Nevergreen (Perfette sconosciute), lo fa con una lucidità che mescola ironia e una certa distanza critica dal mondo della musica contemporanea. 

“Mi imbarazza il gigantismo dell’industria musicale. Questi miei concerti potrebbero essere un controcanto alla corsa ai numeri”, ha detto all’inizio della presentazione del progetto al Teatro Off di Milano, luogo che negli ultimi anni è diventato il cuore pulsante di questa esperienza. Non è una dichiarazione di principio costruita per stupire: è piuttosto la sintesi di un percorso che lo ha riportato a una dimensione più raccolta, quasi artigianale, del fare musica.

Nevergreen nasce infatti da una scelta precisa: mettere da parte le canzoni più note del suo repertorio e concentrarsi su quelle meno frequentate, a volte quasi dimenticate. Non si tratta di un’operazione nostalgica, né di un esercizio di archivio. È piuttosto un ribaltamento di prospettiva, come se De Gregori avesse deciso di illuminare le stanze laterali della propria carriera invece della sala principale. Il nome stesso del progetto nasce da un gioco linguistico personale: “Evergreen sono le canzoni famose, quelle che restano. Nevergreen sono invece quelle che non sono mai diventate famose e forse non lo diventeranno mai”.

Il progetto ha preso forma concreta nel 2024, quando il cantautore ha scelto di tornare in teatro per una lunga residenza: venti concerti in un mese, ciascuno davanti a un pubblico ristretto, circa duecento persone. Ogni sera una scaletta diversa, costruita attingendo a un repertorio di circa settanta brani considerati ‘minori’ o comunque meno eseguiti dal vivo. Il risultato è stato un’esperienza che ha trasformato il rapporto tra artista e pubblico in qualcosa di più diretto, quasi confidenziale.

Col tempo, lo stesso De Gregori ha osservato con una certa sorpresa la risposta degli spettatori. “Mi sono accorto che molti conoscevano tutte le canzoni”, ha raccontato con un sorriso, riferendosi a quella fascia di pubblico che lui stesso definisce con affetto i suoi “talebani”. Un modo ironico per descrivere una fedeltà che va oltre i successi più noti e si spinge dentro le pieghe meno illuminate del suo repertorio.

Durante quegli spettacoli, ha chiarito più volte, non bisogna aspettarsi i brani simbolo della sua carriera. Niente La donna cannone, niente Generale. È una scelta che spiazza chi arriva con aspettative più tradizionali, ma che allo stesso tempo costruisce un patto diverso con chi ascolta: quello di lasciarsi guidare in un territorio meno battuto, dove le canzoni non sono hit ma racconti ancora vivi.
Parallelamente ai concerti è nato anche un film di Stefano Pistolini, costruito attorno a quella residenza teatrale. Non un biopic celebrativo, né una semplice registrazione di concerti, ma un racconto immersivo che si muove tra palco e retroscena, tra la penombra del teatro e la relazione silenziosa con il pubblico. Le immagini seguono il fluire delle serate, senza la necessità di trasformare la musica in spettacolo televisivo o in racconto didascalico: la musica resta al centro, nella sua dimensione più essenziale.

Il progetto Nevergreen ha poi trovato una sua ulteriore evoluzione discografica. Il 16 ottobre è prevista l’uscita di un disco live, registrato proprio durante le serate milanesi, che restituisce in forma sonora quell’esperienza teatrale fatta di variazioni continue e di interpretazioni mai identiche a sé stesse. Anche qui, l’idea non è quella di fissare un ‘best of, ma di documentare un processo in divenire.  Il ritorno di Nevergreen è già previsto per l’autunno successivo, con una nuova residenza teatrale divisa tra Roma e Milano. Dal 27 ottobre al Teatro Sala Umberto di Roma e dal 25 novembre nuovamente al Teatro Out Off di Milano, il progetto continuerà a esplorare lo stesso territorio musicale, mantenendo la sua natura intima e selettiva.

Nel corso della presentazione, De Gregori ha anche toccato un tema che lo accompagna da anni: il rapporto con la dimensione spettacolare della musica contemporanea. Ha espresso più volte una certa distanza dalla logica dei numeri, dei sold out come parametro assoluto di successo, e dalla tendenza a ridurre la musica a eventi sempre più grandi. “Sold out è una parola terribile”, ha detto, con la consueta franchezza. 

Per lui, la musica resta anche una questione di spazi piccoli, di crescita graduale, di incontri ravvicinati. Non a caso ha ricordato i suoi inizi nei piccoli locali, quando la carriera era ancora un’ipotesi e non una traiettoria definita. Senza quei luoghi, ha sottolineato, non sarebbe arrivato dove si trova oggi. È una riflessione che lega il presente a una memoria personale molto concreta, più che a una mitologia del successo. 

In questo percorso si inserisce anche una scelta che De Gregori ha ribadito con fermezza nel tempo: il rifiuto del Festival di Sanremo. Un rifiuto che non nasce da una polemica recente, ma da una decisione giovanile. Racconta infatti che, a 16 anni, quando già sognava di fare il cantautore, seguiva con ammirazione il mondo dei cantautori italiani. Poi la morte di Luigi Tenco segnò per lui una frattura simbolica: da quella sera, ha spiegato, promise a sé stesso che non avrebbe mai partecipato al festival.