“Si vis pacem, para bellum”. Se vuoi la pace, prepara la guerra. La massima attribuita a Vegezio attraversa i secoli con una forza che continua a far tremare i polsi. Non perché sia una frase che inneggi alla guerra, ma perché ricorda una scomoda verità: la pace, quando non è sostenuta da equilibrio, prudenza e capacità di deterrenza, può diventare una fragile speranza affidata alla buona volontà altrui.

Il test missilistico condotto dalla Cina lunedì nel Pacifico riporta questa antica lezione al centro del nostro presente, già attraversato da tanti, troppi, fronti di guerra. Così come raccontato nelle pagine interne, Pechino ha lanciato da un sottomarino, nelle acque del Pacifico un missile strategico con testata simulata, potenzialmente idoneo al trasporto di una testata nucleare, presentando l’operazione come legittima, necessaria e compatibile con la stabilità regionale.

Il Global Times, tabloid cinese vicino alla linea del partito, ha sostenuto che il rafforzamento delle capacità nucleari cinesi sarebbe una garanzia di pace, perché renderebbe più credibile la deterrenza di Pechino. Dall’altra parte dell’Oceano, non è tardata la reazione australiana, con Anthony Albanese che ha definito il test “destabilizzante”.

La ministra degli Esteri Penny Wong, interpellata dalla stampa nei momenti successivi alla notizia del lancio, ha collegato l’episodio al rapido rafforzamento militare cinese, lamentando la mancanza di trasparenza e ricordando che i leader del Pacific Islands Forum immaginano il Pacifico come “Oceano di Pace”. Albanese ha anche parlato di un atto “provocatorio”, capace di minare la sicurezza regionale.

Fra queste due narrazioni si apre lo spazio della riflessione politica. La Cina dice: più forza, più pace. L’Australia, e molti Paesi della regione, rispondono: più opacità, più insicurezza. Entrambe le parti usano il linguaggio della sicurezza come punto di arrivo. Ma il tema decisivo è capire quale tipo di sicurezza si stia costruendo: una sicurezza fondata sulla fiducia o una sicurezza fondata sulla paura.

Il Pacifico non è una carta geografica vuota sulla quale le grandi potenze possano tracciare traiettorie missilistiche. È un’ampia regione popolata da generazioni che hanno conosciuto sulla propria pelle non soltanto gli effetti della Seconda guerra mondiale, ma, come se non bastasse, anche il peso degli esperimenti nucleari del Novecento. Per questo ogni azione che richiama la logica della guerra con armamenti nucleari non viene percepita come una semplice esercitazione militare ma spaventa, e non solo per una memoria storica ancora molto viva.

La definizione di “Oceano di Pace” non è pura retorica diplomatica. È un approccio, politico, forse anche esistenziale, di Paesi piccoli, spesso vulnerabili non soltanto per dinamiche geopolitiche ma anche di natura ambientale, che sono diventati però anche pedine nella competizione fra potenze più grandi. Ed è qui che il gesto cinese, al di là delle intenzioni dichiarate, assume un significato che va oltre la parte meramente militare.

Un missile lanciato da un sottomarino nucleare dice tanto, non è solo espressione di potenza militare, ma è soprattutto una dichiarazione di intenti. Ricorda al resto del mondo, impegnato su fronti di crisi distanti dal Pacifico, che la Cina è una grande potenza che è in grado di colpire a lunga distanza. Il lancio di lunedì dice che l’oceano non è più, da tempo, soltanto spazio di commercio, collegamento e cooperazione, ma è ora piattaforma mobile della deterrenza strategica. Dice, inoltre, ai Paesi del Pacifico che la loro regione non è più periferia del mondo, ma uno dei centri nevralgici del nuovo equilibrio globale. 

Il vertice NATO che si è svolto ad Ankara, in Turchia, aggiunge un ulteriore livello di riflessione a questa vicenda. L’Alleanza Atlantica ha un’agenda incentrata su investimenti nella difesa, rafforzamento della produzione industriale militare e sostegno all’Ucraina, secondo quanto indicato dalla stessa NATO nei materiali ufficiali del summit. Il segretario generale Mark Rutte ha presentato l’appuntamento come un vertice orientato alla capacità di “consegnare” risultati concreti, soprattutto sul piano della deterrenza e della spesa militare. Il fatto che il test cinese sia stato effettuato proprio mentre la NATO si riunisce per discutere il rafforzamento della propria architettura difensiva non significa necessariamente che vi sia un nesso diretto. Ma che vi sia una coincidenza politica sembra del tutto evidente. Ankara diventa così il luogo in cui l’Europa misura la propria capacità di adattarsi a un mondo nel quale la sicurezza europea e quella indo-pacifica non possono più essere considerate compartimenti separati, e lo fa in presenza dell’imprevedibile per eccellenza, Donald Trump.

La guerra in Ucraina, la pressione russa ai confini orientali dell’Europa, le tensioni nel Mar Cinese Meridionale, la questione di Taiwan, il riarmo giapponese, AUKUS, il ruolo dell’Australia nel Pacifico: tutto concorre a comporre un’unica mappa strategica. Le crisi non sono identiche, ma comunicano fra loro. Ogni dimostrazione di forza in un teatro produce conseguenze psicologiche e politiche in un altro.

Il Global Times, in un secondo editoriale, ha anche attaccato proprio la NATO accusandola di usare il test cinese per alimentare artificialmente la narrativa della “minaccia cinese” e per giustificare la propria proiezione anche nell’Indo-Pacifico. È, ovviamente, una posizione coerente con la linea di Pechino: presentare ogni rafforzamento delle alleanze occidentali come contenimento, ogni critica come ipocrisia, ogni preoccupazione regionale come prodotto della pressione americana.

Ma anche l’Occidente deve evitare l’automatismo opposto: trasformare ogni gesto cinese in prova definitiva di una guerra inevitabile. Perché il rischio maggiore, oggi, non è solo l’escalation militare. È l’assuefazione all’escalation. È abituarsi all’idea che missili, sottomarini, basi, droni, accordi di difesa e aumenti di bilancio siano l’unico vocabolario rimasto alla politica internazionale.

Vegezio ci ammonisce ancora, a distanza di millenni, ma va letto con intelligenza. Prepararsi alla pace non significa soltanto prepararsi alla guerra. Significa anche costruire le condizioni perché la guerra non appaia mai necessaria, conveniente o inevitabile.

La deterrenza è utile quando impedisce il conflitto. Diventa pericolosa quando sostituisce la diplomazia. Una forza credibile può scoraggiare un’aggressione; una forza esibita senza sufficiente trasparenza può generare sospetto, spingere gli altri a riarmarsi e restringere gli spazi del dialogo. È il classico dilemma della sicurezza: ciascuno si arma sostenendo di difendersi, ma l’altro interpreta quel rafforzamento come una minaccia. La spirale si alimenta da sola. Nessuno vuole formalmente la guerra, ma tutti si preparano a uno scenario in cui questa diventa possibile.

L’Australia si trova esattamente dentro questo dilemma. È alleata degli Stati Uniti, partecipe di AUKUS, pur consapevole di tempistiche di realizzazione di questo accordo strategico ben poco rassicuranti, vicina ai Paesi del Pacifico e al tempo stesso legata economicamente a doppia mandata alla Cina. Anthony Albanese deve rassicurare Fiji, Papua Nuova Guinea, Isole Salomone e gli altri partner regionali senza dare l’impressione di trascinarli in una nuova guerra fredda. Deve rafforzare la propria sicurezza senza chiudere il canale diplomatico con Pechino. Il compito è difficile, ma non impossibile.

La risposta più efficace al test cinese non può essere solo militare, anche perché il divario tra le due forze rende impraticabile una risposta puramente muscolare. La risposta del governo Albanese deve essere soprattutto politica, diplomatica e adeguata a livello regionale. Se il Pacifico ambisce a essere davvero un “Oceano di Pace”, la sua voce deve contare più di quella delle potenze che lo attraversano con le proprie strategie. I Paesi insulari non possono essere soltanto destinatari di protezione o oggetto di influenza. Devono provare a essere protagonisti della propria sicurezza strutturata su base diplomatica, su relazioni commerciali e partnership strategiche in settori chiave.

Il summit di Ankara, in questo senso, parla indirettamente anche al Pacifico. Se la NATO rafforza la propria difesa perché ritiene il mondo più pericoloso, anche l’Indo-Pacifico deve chiedersi come evitare che la sicurezza collettiva diventi competizione permanente. La pace non può essere lasciata né alla retorica cinese della “deterrenza responsabile”, né alla sola risposta muscolare occidentale.

Serve una terza dimensione: regole, notifiche credibili, trasparenza, dialogo militare, controllo degli armamenti, rispetto delle sensibilità regionali. Senza questi elementi, ogni missile lanciato in nome della stabilità finirà per produrre nuova instabilità. Il test di lunedì non è quindi soltanto un episodio militare.

È un chiaro segnale del tempo complesso che stiamo vivendo: un tempo in cui le grandi potenze tornano a misurarsi con prove muscolari, dichiarando la propria influenza sull’una o altra area attraverso l’esibizione della forza, mentre le nazioni più piccole chiedono semplicemente di non essere trasformate in campo di battaglia.

“Si vis pacem, para bellum”. Sì, la pace richiede preparazione. Ma nel 2026 prepararsi alla pace significa molto più che accumulare armi. Significa evitare che la paura diventi sistema. Significa impedire che la deterrenza diventi linguaggio unico. Significa ricordare che la sicurezza non nasce soltanto dalla capacità di colpire, ma anche dalla capacità di rassicurare. Perché se un missile può dimostrare potenza, fiducia e rispetto possono costruire la pace.