ANKARA - La fragile impalcatura diplomatica faticosamente costruita nelle ultime settimane è crollata sotto il peso di una massiccia escalation militare. Dal vertice Nato di Ankara, il presidente statunitense Donald Trump ha sancito la fine formale del cessate il fuoco concordato lo scorso 18 giugno, approvando un piano d’attacco contro l’Iran da quattro a cinque volte più potente rispetto alle operazioni condotte dieci giorni prima. La risposta di Teheran è stata immediata: un massiccio attacco con missili e droni che ha preso di mira le infrastrutture militari statunitensi in Kuwait e Bahrein.  

La rottura definitiva è stata verbalizzata da Trump a margine del summit atlantico, dove ha riferito di aver incontrato il segretario alla Difesa Pete Hegseth, il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario al Tesoro Scott Bessent e il capo di Stato Maggiore congiunto, il generale Dan Caine, per ordinare i raid. “Per me la tregua è finita, sono feccia. Il cessate il fuoco con l’Iran per quanto mi riguarda è finito, non voglio più avere nulla a che fare con loro. Sapete cos’è la feccia? Sono feccia. Sono persone malate. Sono guidati da persone malate. E sono persone spietate, violente. E se avessero un’arma nucleare, la userebbero. Per quanto mi riguarda, è finita”.  

Il tycoon ha poi spiegato le ragioni del durissimo intervento notturno, collegandolo direttamente al ruolo di Teheran nelle rotte commerciali globali: “Ieri sera abbiamo attaccato con molta forza quelle persone molto pericolose provenienti dall’Iran. Sono malati. C’è qualcosa che non va in loro. Abbiamo detto loro di andare a fare i loro funerali, e invece di questo, ieri hanno iniziato a lanciare razzi contro le navi, e quindi ieri sera li abbiamo colpiti molto duramente, molto duramente”. Trump ha infine espresso profondo scetticismo sulla possibilità di riprendere i canali diplomatici, nonostante la presenza del team guidato da Steve Witkoff e Jared Kushner. 

Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha subito blindato la posizione di Washington al suo arrivo al summit: “Penso che fosse assolutamente necessario, perché quando c’è un cessate il fuoco e l’Iran lo viola, abbiamo visto cosa è successo ieri con le navi attaccate. Penso che sia assolutamente fondamentale che gli Stati Uniti reagiscano con forza”.   

L’attacco ordinato dalla Turchia è stato descritto dal Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) come “una serie di potenti attacchi contro l’Iran per imporre pesanti conseguenze per aver preso di mira e attaccato navi mercantili con equipaggi composti da civili innocenti in una via navigabile internazionale”.  

Un funzionario statunitense ha confermato alla CNN la natura punitiva dei raid: “Questa è una punizione. Non finirà presto. Gli attacchi sono una conseguenza diretta degli atti di terrorismo internazionale perpetrati dall’Iran contro navi innocenti in transito nello Stretto di Hormuz. Gli iraniani conoscono le conseguenze delle loro azioni ridicole, eppure hanno comunque scelto di sferrare questi attacchi”. Contestualmente all’azione militare, Washington ha reintrodotto le sanzioni sulle vendite di petrolio di Teheran.  

Il bilancio operativo fornito dal CENTCOM parla di oltre 80 obiettivi strategici colpiti nel territorio iraniano: “Le forze statunitensi hanno colpito i sistemi di difesa, le reti di comando e controllo, le postazioni radar costiere, le capacità missilistiche antinave e oltre 60 piccole imbarcazioni del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche nello stretto e nelle sue vicinanze”.  

Gli effetti dei bombardamenti sono stati avvertiti lungo tutta la costa meridionale dell’Iran. L’agenzia Fars e la televisione di Stato hanno riferito di violente esplosioni a Sirik, Bandar Abbas e sull’isola di Qeshm (la più grande e geostrategica area di controllo sul corridoio marittimo) dove sono state udite almeno sei detonazioni.  

Più a ovest, nella provincia di Bushehr, che ospita l’unica centrale nucleare civile del Paese e il terminal petrolifero dell’isola di Kharg (da cui transita il 90% del greggio nazionale), le autorità locali hanno confermato che due basi militari nelle contee di Dashti e vicino alla città di Chogadak sono state centrate da proiettili nemici, pur senza registrare vittime. L’agenzia Tasnim ha invece documentato l’uccisione di un membro della Marina dei Pasdaran, colpito da droni statunitensi nella città portuale di Bandar Mahshahr.  

La reazione militare della Repubblica Islamica non si è fatta attendere. Attraverso l’agenzia Tasnim, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha annunciato un massiccio contrattacco combinato: “Nella risposta iniziale a questa aggressione, le forze navali e aerospaziali del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, attraverso operazioni congiunte con missili e droni, hanno distrutto 85 importanti installazioni militari statunitensi a Port Salman, nella Quinta Base Navale in Bahrein e nella base aerea di Ali Salem in Kuwait, e hanno abbattuto un drone nemico MQ9 che aveva tentato di interferire nell’operazione”.  

Lo Stato Maggiore di Teheran ha lanciato un avvertimento perentorio a tutti i Paesi della regione: “Qualsiasi sostegno fornito all’aggressivo esercito statunitense per violare la sovranità e il territorio dell’Iran islamico costituirà un bersaglio legittimo delle forze armate”.  

Una linea ribadita dal parlamentare Habibollah Sayyari: “Le forze iraniane sono al completo e pronte a rispondere a qualsiasi aggressione. Qualsiasi tentativo di sbarcare truppe sulle coste porterà all’inferno”. Da parte sua, il capo della Commissione per la Sicurezza Nazionale del parlamento ha liquidato lo scontro a Hormuz dichiarando su X che “riconoscere il nuovo regime iraniano nello Stretto di Hormuz è l’unica via”.  

Il fronte politico iraniano attribuisce la colpa della crisi alla condotta di Washington. Il Ministero degli Esteri di Teheran ha formalmente accusato il Tesoro Usa di aver violato l’articolo 10 del Memorandum d’intesa firmato lo scorso 18 giugno, avendo annullato la deroga temporanea sulle sanzioni petrolifere dopo meno di venti giorni. Una mossa definita di “malafede” che dimostra come l’amministrazione statunitense sia inaffidabile, aggravata dalle “aggressioni sioniste continue sul Libano”.  

Il presidente del parlamento iraniano e capo negoziatore nelle trattative, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha affidato a X la linea ufficiale del Paese: “Grave violazioni del memorandum di intesa tra Usa e Iran da parte degli Stati Uniti: violazione degli accordi nello Stretto, minacce persistenti di ulteriori attacchi, reintroduzione delle sanzioni sul petrolio, attacchi nel sud dell’Iran, aggressione sionista continua sul Libano. L’era del bullismo e dell’estorsione è finita. Non porta da nessuna parte. Non ci pieghiamo, noi non ci arrendiamo”.   

L’attacco iraniano ha fatto scattare i sistemi di difesa dei Paesi ospitanti. Lo Stato maggiore del Kuwait ha confermato che le proprie difese aeree hanno intercettato attacchi ostili nei cieli nazionali, definendo l’azione di Teheran “una violazione della sovranità e della sicurezza dello Stato” e riservandosi il diritto di adottare contromisure. In Bahrein, le sirene antiaeree hanno suonato per quattro volte dall’alba; Nabil Al-Ahmar, consigliere per i media del re, ha confermato che la contraerea di Manama ha ingaggiato e neutralizzato le minacce nei propri cieli.  

La dura reazione politica è arrivata anche dagli Emirati Arabi Uniti. Anwar Gargash, consigliere presidenziale, ha commentato: “Gli attacchi iraniani contro il Kuwait e il Bahrein e contro le petroliere commerciali del Qatar e dell’Arabia Saudita nello Stretto di Hormuz dimostrano chiaramente che Teheran non è ancora in grado di soddisfare le richieste di de-escalation e di fine della guerra. Gli Stati del Golfo non possono continuare a essere bersaglio dell’esitazione dell’Iran tra escalation, stabilità e pace”.  

Il Qatar, storico mediatore dei colloqui la cui ripresa formale era fissata per l’11 luglio, ha condannato i raid iraniani chiedendo l’immediato ritorno alla via diplomatica e al protocollo siglato il 17 giugno.