Per questo, in un momento in cui la corda del “politicamente corretto” è stata tirata fino al limite di rottura e la rilettura della storia con la sensibilità di oggi ha portato a spesso spiacevoli episodi di proteste e vandalismi, il populismo ha trovato ampi spazi in cui inserirsi disarcionando la politica tradizionale rappresentata dai due maggiori partiti. Piena libertà quindi di inquadrare l’immigrazione con un ‘problema’ per il Paese invece della risorsa che effettivamente è ed è sempre stata, e dare il via a una guerra di numeri che non aiuta la causa.
Pauline Hanson ha fatto da battistrada con la sua proposta di riaggiustamento del programma d’immigrazione, proponendo valori addirittura negativi per i prossimi tre anni, prima di arrivare ad un tetto netto di 130mila immigrati l’anno. La risposta del governo è stata sofferta, rinviata più volte per dare l’impressione di un’elaborazione attenta, tenendo conto di categorie e impatto economico (immancabili complicazioni sul fronte dei visti temporanei dato che interessa, soprattutto, chi non vota), fino ad arrivare a quota 225mila da raggiungere entro il 2028.
La Coalizione ha temporeggiato e, l’altro ieri, ha deciso di scendere finalmente in campo con il suo programma, il più radicale nei numeri (servizi a pag. 11): dimezzare gli ingressi nei primi due anni di un ipotetico governo liberal-nazionale con 100mila immigrati al netto, da portare a 130mila nel terzo anno e 160mila al quarto. Dopodiché il programma sarà legato al passo del completamento di nuovi alloggi.
Ma il dibattito aperto dal piano di Angus Taylor va oltre il semplice calcolo del numero di persone che ogni anno entrano nel Paese. Il leader liberale ha, infatti, cercato di sottolineare che la vera domanda da porsi è: quale società l’Australia vuole essere nei prossimi decenni? Un Paese che utilizza un grande esercito di lavoratori temporanei per colmare rapidamente le proprie carenze di manodopera, oppure una società nella quale l’immigrazione è strettamente legata all’integrazione, alla cittadinanza e alla costruzione di una classe media stabile?
Al momento effettivamente sembra esserci una tendenza, che non è certo iniziata con l’attuale amministrazione laburista, verso un’economia fondata sul provvisorio, su lavoratori ‘ospiti’ di un sistema socialmente indebolito da una temporaneità che mette in discussione i valori dell’inclusione, del senso di appartenenza, di un percorso verso la cittadinanza alla base del successo di un multiculturalismo che è stato, per decenni, uno dei punti di forza e orgoglio dell’Australia. Non si tratta quindi di chiedersi se 100mila, 130mila o 225mila nuovi migranti siano troppi o troppo pochi. Si tratta di andare oltre e capire l’impatto che il programma che si vuole stabilire ha dal punto di vista della coesione sociale e delle opportunità per gli individui, le loro famiglie e il Paese.
Ritornando per un attimo ai numeri si può capire che la questione sia diventata politicamente molto divisiva: oggi circa una persona ogni dieci, su una popolazione di 28 milioni, vive in Australia con un visto temporaneo. Tre anni fa il rapporto tra lavoratori australiani e lavoratori temporanei era di circa otto a uno; oggi è arrivato a sei a uno. Sono cambiamenti profondi, che inevitabilmente incidono sul mercato del lavoro, sulla casa, sui servizi pubblici e sulla percezione che gli stessi cittadini hanno del funzionamento del sistema.
Da questo punto di vista, Taylor ha ragione a sostenere che l’attuale modello meriti una revisione radicale.
Ma avere ragione sulla diagnosi non significa necessariamente avere ragione sulla terapia. Il piano della Coalizione prevede di ridurre drasticamente il programma di immigrazione temporanea, tagliando circa 650mila visti nell’arco di quattro anni e portando il cosiddetto NOM (Net Overseas Migration) a 100mila persone per due anni, prima di salire fino a quota 160mila. È una svolta notevole rispetto ai molto più moderati obiettivi, in fatto di tagli, del governo.
Numeri che, inevitabilmente, sono destinati a procurare effetti collaterali da prendere seriamente in considerazione. Il problema più immediato ed evidente riguarda il lavoro. Sanità, assistenza agli anziani, edilizia, agricoltura, ospitalità e numerosi altri settori dipendono in misura significativa dalla manodopera migrante. Lo stesso Taylor ha ammesso di non conoscere ancora il numero esatto di lavoratori dell’assistenza agli anziani che sarebbero coinvolti dalla sua riforma. Un’ammissione che non fa altro che rafforzare le perplessità sollevate dal mondo imprenditoriale che ha avvertito che un taglio troppo profondo potrebbe danneggiare economia e impiego, mentre il Property Council teme un ulteriore peggioramento della carenza di competenze.
C’è poi il settore universitario. Qui il rischio è ancora più sottile. Gli studenti internazionali non rappresentano soltanto una componente della popolazione temporanea: costituiscono una delle principali fonti di entrate dell’istruzione superiore nel Paese. Le loro rette contribuiscono a finanziare la ricerca e, indirettamente, anche l’offerta formativa per gli studenti australiani.
Ridurre drasticamente i visti per studenti e soprattutto i diritti di lavoro post-studio potrebbe quindi produrre un effetto paradossale: l’Australia potrebbe ridurre il numero di migranti qualificati proprio riducendo la possibilità di trasformare studenti internazionali in lavoratori qualificati rendendo il Paese, di fatto, meno produttivo. Attenzione quindi a risposte dettate dal populismo Hanson, ma necessità invece di puntare con maggiore attenzione sul concetto che ha fatto da guida da sempre al settore in questione: trasformare i nuovi arrivati in cittadini, con una partecipazione piena alla società, per rafforzare e non indebolire l’uguaglianza sociale.
La crisi abitativa del momento, ovviamente, complica un dibattito già difficile e sentito.
One Nation, imboccando, come sempre, la strada della semplificazione, sostiene che una riduzione drastica dell’immigrazione farebbe diminuire la pressione sugli affitti offrendo la risposta base: meno persone, meno domanda di abitazioni. Ma l’equazione non è così semplice. La crisi degli alloggi non è stata provocata esclusivamente dall’immigrazione. È il risultato di anni di scarsa programmazione, di un numero di nuove costruzioni insufficiente, di problemi di pianificazione urbanistica, di costi elevati e vincoli infrastrutturali. Ridurre la domanda può certamente alleviare la pressione, ma non sostituisce una politica abitativa seria con un minimo di visione sul tipo di Paese che si vuole, con qualche preciso traguardo per ciò che riguarda la popolazione a medio e lungo termine.
Anche l’argomento fiscale di Taylor merita prudenza. Il leader dell’opposizione sostiene che la sua politica sarebbe sostanzialmente neutrale per il bilancio perché il minor numero di migranti sarebbe compensato da un maggior numero di migranti altamente qualificati, con salari più elevati e quindi maggiore gettito fiscale. In linea generale,
l’argomento è plausibile: i migranti giovani, occupati e con redditi elevati possono avere un contributo fiscale molto positivo.
Ma senza rendere pubbliche le stime del Parliamentary Budget Office (PBO) è impossibile verificare se il calcolo regge. E qui le critiche di economisti come Saul Eslake sono difficili da ignorare. Se il programma migratorio è in larga parte determinato dalla domanda del mercato, da dove dovrebbero arrivare automaticamente i 100mila lavoratori altamente qualificati necessari a compensare il taglio complessivo? Il problema è che la matematica migratoria non può essere separata dalla matematica economica.
Alla fine, però, la questione più importante è politica, non contabile.
L’Australia ha probabilmente bisogno di rallentare. Dopo un periodo di immigrazione eccezionalmente elevata, è ragionevole consentire alle infrastrutture, al mercato immobiliare e ai servizi pubblici di recuperare. Ma rallentare non deve significare chiudersi. Necessario, quindi, per tutti, evitando risposte facili, accuse e opportunismi, concentrarsi sui veri obiettivi del dibattito, che non dovrebbe essere ridotto al meno immigranti, ma su un’immigrazione migliore: più qualificata dove serve, più sostenibile e compatibile con l’offerta abitativa e dei servizi e, soprattutto, orientata all’inserimento completo nella società, ad un’inclusione naturale, spontanea, con il traguardo di una partecipazione vera, sentita e apprezzata.