WASHINGTON - Il confronto tra Stati Uniti e Iran è destinato a rivelarsi “prolungato”, a meno che Washington e Teheran non riescano a raggiungere un’intesa sulle scorte di uranio arricchito a disposizione del regime. In un’intervista rilasciata al Financial Times, Mike Waltz, ambasciatore statunitense all’Onu, ha ammesso che, tra un anno, Washington potrebbe trovarsi ancora in una situazione di stallo con Teheran, senza la chiusura di un accordo sul programma nucleare e il ritorno alla libera navigazione nello Stretto di Hormuz.
“Non voglio avanzare ipotesi. Si spera che, prima di allora, decidano di sedersi al tavolo dei negoziati in modo costruttivo”, ha dichiarato Waltz al quotidiano finanziario, sottolineando tuttavia che “il Presidente e la Marina statunitense sono in grado di mantenere il blocco dei porti iraniani per il prossimo futuro”. La Casa Bianca sta “intensificando” la sua campagna di pressione economica per risolvere un conflitto che, secondo le previsioni iniziali di Trump, sarebbe dovuto durare “dalle quattro alle cinque settimane” e che è invece ormai giunto al nono mese.
Lo scenario bellico ha causato un’impennata dei prezzi del carburante e una carenza di fertilizzanti e materie prime, portando il tasso di gradimento di Trump al 31 per cento e mettendo i repubblicani a rischio di perdere il controllo del Congresso. Inoltre, la recente intesa raggiunta con Mosca per la fornitura di diesel russo ha innescato un’ondata di critiche nelle cancellerie alleate.
Nonostante le pressioni dei democratici e di alcuni esponenti repubblicani per una rapida conclusione dello scontro con l’Iran, Waltz si è detto convinto che Trump non si fermerà finché gli Stati Uniti non avranno raggiunto gli obiettivi strategici prefissati, eliminato le scorte di uranio per uso militare a disposizione del regime e siglato con Teheran un “accordo significativo sul loro programma di arricchimento”.
Waltz, che nel 2024, in qualità di membro del Congresso, aveva sostenuto la necessità che gli Stati Uniti appoggiassero il governo ucraino, ha giustificato l’accordo tra Trump e Putin definendolo indispensabile per compensare la “carenza globale di prodotti raffinati” che quest’anno ha colpito settori che vanno “dall’aviazione all’agricoltura”.
Secondo l’ambasciatore, il presidente statunitense sta “bilanciando le esigenze del mondo in termini di energia, in questo caso di diesel”, suggerendo inoltre che la questione economica possa fungere da “incentivo per i russi a sedersi al tavolo negoziale” e porre fine al conflitto.
Waltz ha ricoperto per un breve periodo l’incarico di consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, prima di essere sollevato dal ruolo l’anno scorso dopo aver utilizzato l’applicazione di messaggistica Signal per discutere di operazioni militari riservate all’interno di una chat in cui, inavvertitamente, era presente anche un giornalista.
In veste di ambasciatore all’Onu, Trump gli ha affidato il compito di “attuare delle riforme” e di “mettere l’organizzazione a dieta”. Gli Stati Uniti hanno quindi ridotto i finanziamenti alle agenzie delle Nazioni Unite nel tentativo di imporre riforme ritenute “necessarie”, tra cui tagli a missioni di peacekeeping di lunga data (alcune delle quali “proseguono da 30, 40, 50 anni” o “costano un miliardo di dollari l’anno”) e che, anziché risolvere i conflitti, finiscono per “congelarli”.
Waltz ha spiegato che l’intenziobne è di riformare “il modo in cui vengono condotte queste operazioni”, aggiungendo che le missioni a cui Washington non intende più partecipare sono quelle operative in Libano, Somalia e Sahara Occidentale. “Riteniamo che sia giunto il momento di andare via”, ha ribadito il diplomatico proprio a proposito di Unifil, precisando che sono attualmente in corso “consultazioni attive” con Francia, Israele, Libano e altri Paesi per ipotizzare una diversa configurazione di una futura missione di pace.