TEL AVIV - Alla vigilia dell’avvio ufficiale delle consultazioni da parte del presidente Isaac Herzog per il conferimento dell’incarico di governo, in Israele si intensificano i contatti tra le forze politiche. Le trattative cercano una via d’uscita dal grave stallo istituzionale emerso dalle urne di martedì scorso, con entrambi i blocchi contrapposti lontani dalla soglia di maggioranza fissa a 61 seggi. 

Oltre alla scelta del futuro primo ministro, lo scontro politico si concentra sull’elezione del presidente della Knesset, carica attualmente ricoperta da Amir Ohana del Likud. L’opposizione guidata da Gadi Eisenkot punta a sostituire celermente il vertice dell’assemblea per assumere il controllo del calendario legislativo, con l’obiettivo prioritario di approvare l’istituzione di una commissione d’inchiesta statale sui fallimenti di sicurezza che hanno consentito l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. 

Il leader di Yisrael Beitenu, Avigdor Liberman, ha annunciato pubblicamente la decisione di raccomandare al Capo dello Stato di affidare l’incarico di premier a Gadi Eisenkot, alla guida della formazione Yashar. Per quanto riguarda la presidenza della Knesset, Liberman ha indicato il proprio sostegno a Yair Lapid, numero due del partito Insieme guidato da Naftali Bennett. 

Durante una conferenza stampa, il politico ha tuttavia espresso forte disappunto per la condotta di Eisenkot, accusandolo di aver fatto perdere all’opposizione “7-8 seggi” nell’ultima settimana di campagna elettorale a causa delle polemiche nate sull’ipotesi di un governo di minoranza sostenuto dall’esterno dai partiti arabo-israeliani o dalle forze ultraortodosse. 

Liberman ha comunque categoricamente escluso qualsiasi intesa con il premier uscente, profilando invece l’eventualità di attrarre parlamentari “transfughi dal Likud”: “Il mondo potrà anche capovolgersi, ma io non siederò al governo con Netanyahu. Anche se mi offrisse una rotazione che mi vedesse primo, non se ne farà nulla. Sono stato altrettanto chiaro sulla questione di un governo di minoranza: non accadrà“, ha scandito il leader di Yisrael Beitenu, invitando gli alleati alla “pazienza” e ribadendo che la priorità immediata resta “prendere il controllo della Knesset” e “sostituire il presidente”. 

Sul versante opposto, il partito ultraortodosso sefardita Shas (reduce da una contrazione elettorale che lo ha visto passare da 11 seggi a 5) appare orientato a indicare Benjamin Netanyahu come candidato alla guida dell’esecutivo. Nonostante le recenti frizioni tra il premier e il leader del partito Arye Deri, fonti interne riferiscono che la convergenza sul blocco di destra rimane solida. Lo stesso Netanyahu ha speso parole di forte apertura verso Shas e Deri, definendoli “partner fondamentali per me e per il blocco di destra nel governo del Paese”. 

Parallelamente, al vaglio di Eisenkot resta anche l’opzione di un governo di minoranza sostenuto con l’astensione dell’altra formazione ultraortodossa, United Torah Judaism, e dei partiti arabi. In questo ambito si è tenuto il primo incontro post-elettorale tra le leadership di Ra’am e della Lista Comune per esplorare forme di coordinamento politico. 

Un alto esponente della Lista Comune guidata da Yousef Jabareen ha confermato che il partito valuta di raccomandare Eisenkot per la formazione dell’esecutivo, pur precisando che la decisione formale richiederà il consenso di tutte e tre le componenti d’alleanza (Balad, Hadash e Ta’al). 

In un’intervista concessa al Guardian, Jabareen ha ribadito che la Lista Comune “non ha intenzione di entrare” in compagini governative finché proseguirà l’occupazione dei Territori palestinesi: “Tuttavia, per utilizzare il nostro peso politico al fine di porre fine all’estremistico governo di Netanyahu, prenderemo in considerazione la possibilità di fornire un sostegno esterno”, ha spiegato, identificando la fase attuale come “un’opportunità per cambiare le politiche e gli atteggiamenti, anche nei confronti della comunità araba e del popolo palestinese. È un momento davvero storico e spero che all’interno dell’opposizione si trovino partner disposti a procedere in questa direzione. Riteniamo che questo possa rappresentare l’inizio di un cambiamento”. 

Mentre il quadro politico stenta a ricomporsi, il Likud continua a contestare la regolarità delle votazioni alimentando la tesi di presunti brogli. La posizione del partito di maggioranza relativa persiste a dispetto della netta smentita espressa in un intervento video congiunto dal presidente della Commissione elettorale centrale, il giudice Noam Sohlberg, dal capo dello Shin Bet, David Zini, e dalla procuratrice generale Gali Baharav-Miara. 

I vertici istituzionali e di sicurezza hanno confermato che le operazioni di voto si sono “svolte correttamente”, precisando che anche laddove singoli elementi di sospetto trovassero riscontro, questi “non pregiudicherebbero l’integrità del processo elettorale o i risultati elettorali nel loro insieme”. La presa di posizione non ha tuttavia fermato le contestazioni del Likud, che continua a denunciare “un’ombra” sullo svolgimento della consultazione.