ROMA - Dall’Iraq alla Giordania, fino al Libano, all’Arabia Saudita, al Kuwait e all’Egitto (dove ieri un drone ha colpito una metaniera statunitense nel porto di Damietta), il Medio Oriente è ripiombato in una pericolosa spirale di instabilità. Dopo giorni di apparente calma, la guerra iniziata lo scorso 28 febbraio con gli attacchi condotti da Stati Uniti e Israele contro l’Iran si sta allargando rapidamente, travolgendo un numero sempre maggiore di Paesi della regione. 

Sulla scia dell’escalation, anche l’Arabia Saudita ha rotto ogni indugio. Assediata su tre fronti (da Teheran, dagli Houthi yemeniti e dalle milizie filoiraniane irachene), il 29 luglio Riad ha abbandonato la consueta reticenza affiancando direttamente gli Stati Uniti in raid di ritorsione contro le Forze di Mobilitazione Popolare in Iraq. 

Le operazioni militari si sono susseguite a ritmo incalzante. Nella notte tra il 28 e il 29 luglio, l’Iran ha sferrato un attacco con missili balistici contro una base statunitense in Giordania. La risposta di Washington non si è fatta attendere: la notte scorsa gli Stati Uniti hanno eseguito raid sul territorio iraniano, mantenendo la promessa del presidente Donald Trump di colpire duramente Teheran. Nel frattempo, un attacco sferrato dall’Iran in Kuwait ha provocato la morte di un dipendente di un’azienda cinese nel nord del Paese. 

Per quanto riguarda le operazioni in Iraq, il comando statunitense ha spiegato che le incursioni di mercoledì hanno costituito una rappresaglia per oltre 30 attacchi condotti da gruppi proxy iraniani tramite droni nelle 72 ore precedenti. Un funzionario Usa ha precisato che gli attacchi hanno preso di mira gli appartenenti alle Forze di Mobilitazione Popolare (la coalizione di milizie irachene legate a Teheran), provocando la morte di circa 20 consiglieri iraniani, inclusi alti ufficiali di collegamento e consulenti tecnici del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. 

Nessun gruppo paramilitare iracheno ha rivendicato la paternità dei droni e oggi Sabah Al-Numan, portavoce del primo ministro iracheno, ha dichiarato all’agenzia di stampa di Baghdad che non esistono prove dell’uso del territorio nazionale per colpire l’Arabia Saudita all’inizio della settimana: “Nessuna parte ha fornito finora alcuna prova a sostegno di queste affermazioni”. 

Ciononostante, il coinvolgimento diretto di Riad segna un punto di svolta. Come evidenziato dal New York Times, “la partecipazione dell’Arabia Saudita agli attacchi di mercoledì ha rappresentato un’escalation. Il regno finora aveva evitato di diventare apertamente un combattente diretto nella guerra Usa-Israele contro l’Iran”. Sebbene l’esercito saudita avesse già condotto raid di ritorsione contro l’Iran, secondo alti funzionari statunitensi tali azioni erano sempre avvenute in modo coperto.  

La svolta aperta giunge dopo che questa settimana Riad è stata bersagliata da decine di incursioni di droni contro i propri impianti petroliferi. Inoltre, gli attacchi alle petroliere da parte degli Houthi (gli alleati di Teheran che controllano ampie aree dello Yemen lungo il Mar Rosso) minacciano le rotte marittime del greggio, prefigurando conseguenze disastrose per i Paesi del Golfo fortemente dipendenti dalle esportazioni mediorientali. 

Sul piano politico, il New York Times sottolinea come la fiammata bellica arrivi “mentre i tentativi di riprendere i negoziati di pace si sono arenati e la portata del conflitto sembra essersi ampliata”. Dalla rottura del cessate il fuoco tra Washington e Teheran, i gruppi alleati dell’Iran hanno riaperto vecchi fronti e ne hanno avviati di nuovi, trascinando nello scontro Arabia Saudita, Iraq, Libano e Giordania. 

“L’espansione dei combattimenti in Medio Oriente” - evidenzia il quotidiano statunitense - “rischia di complicare la possibilità per l’amministrazione Trump di uscire da questa guerra impopolare”, specie in vista delle elezioni di midterm previste per il prossimo autunno negli Stati Uniti. L’allargamento del conflitto minaccia di aggravare il quadro economico globale, innescando una nuova impennata dei prezzi del petrolio e alimentando la spinta inflazionistica. 

Nel frattempo, anche la tregua in Libano appare sempre più fragile. Mentre Israele e Beirut cercano di attuare l’accordo per porre fine a mesi di ostilità (intesa respinta da Hezbollah), l’esercito israeliano ha accusato il gruppo sciita di una “palese violazione del cessate il fuoco”, affermando che i militanti sostenuti da Teheran hanno lanciato un drone contro un veicolo israeliano nella zona del Libano meridionale attualmente presidiata dalle forze di Tel Aviv. 

Sullo sfondo rimane una profonda paralisi negoziale. Secondo Dana Stroul, ex alta funzionaria del Pentagono durante l’amministrazione Biden e oggi direttrice della ricerca presso il Washington Institute for Near East Policy, citata dal Washington Post, sia Trump sia la leadership iraniana si trovano in una posizione di stallo. Entrambe le parti sono scettiche sui vantaggi di un prosieguo della guerra o su possibili sbocchi decisivi via canale diplomatico: “C’è un crescente pessimismo in entrambe le capitali riguardo all’incapacità delle parti di impegnarsi in un accordo diplomatico”, ha osservato l’esperta, aggiungendo che “sembra quasi che continuino a lanciare attacchi militari da una posizione di debolezza”.  

Secondo Stroul, Trump appare riluttante ad avviare un intervento su vasta scala per non perdere il sostegno della propria base elettorale in vista delle midterm, laddove l’Iran ritiene di attraversare “un momento unico di massima leva strategica”. 

Il bilancio delle vittime continua intanto a salire. Secondo i dati forniti dal Pentagono, dall’inizio del conflitto sono morti 18 militari statunitensi e oltre 600 sono rimasti feriti. Dal canto suo, il ministero della Salute iraniano riferisce un bilancio di oltre 3.500 morti nel Paese.