Da mesi i sondaggi raccontano una politica australiana che sta progressivamente perdendo la forma alla quale eravamo abituati. Il dato cambia di settimana in settimana, ma la tendenza rimane: il consenso a livello di voto primario del Partito laburista è sceso sotto il 30 per cento, la Coalizione non riesce a trasformare le difficoltà del governo in una propria crescita e One Nation si è stabilmente inserita nella competizione tra le principali forze politiche del Paese. Numeri che abbiamo analizzato più volte su queste colonne, cercando soprattutto di capire se rappresentassero una fase passeggera oppure l’inizio di qualcosa di più profondo. Perché un sondaggio misura, nell’attualità, intenzioni, umori del momento e disponibilità a votare per l’una o l’altra parte. Poi, però, arrivano gli appuntamenti elettorali.
E sabato è stato il momento di Secret Harbour. Una suppletiva statale nel Western Australia non può naturalmente essere trasformata in una prova generale delle prossime elezioni federali. Sarebbe una forzatura, concettuale e anche temporale, visto quanto manca al prossimo voto per le politiche federali.
Ma quando One Nation conquista un collegio considerato territorio sicuro del Partito laburista, mentre i liberali rimangono sostanzialmente ai margini della contesa, diventa difficile continuare a considerare quanto sta accadendo soltanto come un dettaglio demoscopico.
Anche perché dietro quelle percentuali c’è un dato forse ancora più significativo. Nelle rilevazioni Roy Morgan di agosto, oltre il 60 per cento degli australiani continuava a ritenere che il Paese stesse andando nella direzione sbagliata.
È probabilmente da qui, molto più che dalle percentuali attribuite ai singoli partiti, che bisogna partire per analizzare questo voto per il seggio di Secret Harbour.
Può restare ancora la tematica del voto di protesta, ma forse sarebbe il caso di scendere un po’ più in profondità, poiché una parte dell’elettorato sembra che abbia smesso di chiedersi quale dei due grandi blocchi debba governare e abbia cominciato a domandarsi se esista qualcun altro disposto almeno ad ascoltare le proprie istanze.
Non possiamo certo dire che una suppletiva statale sia la plastica dimostrazione che sia proprio One Nation quella risposta, ma ci dice qualcosa che, per il Partito laburista e forse ancora di più per la Coalizione, dovrebbe essere altrettanto preoccupante: un numero crescente di australiani ha bisogno di risposte che non stanno arrivando.
Quindi se è vero che non possiamo dare alcuna grande valenza nazionale al voto di sabato, perché le suppletive hanno dinamiche proprie e, spesso e volentieri, sono un voto privo di conseguenze sulla stabilità del governo, sarebbe altrettanto sbagliato liquidare tutto come un incidente di percorso.
Perché per l’ennesima volta abbiamo invece la chiara testimonianza della distanza crescente tra il racconto che la politica fa di sé stessa e dei propri risultati e il percepito quotidiano dei cittadini.
Anthony Albanese continua a rivendicare la solidità dell’azione del suo governo e guarda già a un’agenda capace di accompagnare il Partito laburista verso un terzo mandato, un’agenda che prevede impegni di spesa pubblica importanti, in linea con il modello economico di Albanese e Chalmers: Medicare, istruzione, sostenibilità dell’NDIS, intelligenza artificiale e una più incisiva regolamentazione delle grandi piattaforme tecnologiche.
È un progetto ambizioso, non si può negare che tenti, forse un po’ in ritardo, di interpretare le inquietudini prodotte dalla trasformazione tecnologica e da una società sempre più polarizzata.
Ma il problema del governo, oggi, non sembra essere la quantità delle politiche annunciate, quanto, invece, la qualità e la logica delle proposte. Perché proprio su questo si struttura il convincimento che quelle scelte possano migliorare concretamente le condizioni di vita dei cittadini. Ed è qui che politica ed economia tornano inevitabilmente a incontrarsi.
L’inflazione continua a rappresentare una minaccia, la produttività resta debole e gli investimenti privati mostrano segnali preoccupanti, questo è il mantra, purtroppo, di questi ultimi mesi. I numeri, purtroppo impietosi, spiegano molto più della semplice congiuntura economica.
Quando un’economia cresce poco, la produttività ristagna e il costo della vita rimane elevato, la discussione politica cambia natura. Non riguarda più soltanto quale partito disponga del programma migliore, ma se il sistema politico nel suo complesso sia ancora capace di offrire risposte credibili. Se la politica non è più in grado di intercettare i bisogni reali dei cittadini, poi diventa sempre meno sensato lamentarsi se si vede aumentare il consenso verso forze populiste.
Un ulteriore rischio sarebbe quello di considerare questa crescita di consenso come il prodotto della disinformazione, degli algoritmi o della radicalizzazione del dibattito pubblico. Albanese ha individuato proprio nella tecnologia e nei meccanismi delle piattaforme digitali alcuni dei fattori che alimentano ansia, divisione e populismo. Il problema esiste, non si può negarlo. Ma gli algoritmi possono amplificare il malcontento, difficilmente possono crearlo dal nulla e, ad onor di cronaca, non risulta che Albanese e i colleghi e le colleghe del suo partito e della sua squadra di governo non utilizzino le piattaforme di social media.
Quindi proviamo ad andare nel merito di cosa si è fatto, di come lo si è fatto, di quali sono le strutture ideologiche dietro certe scelte di politica economica e fiscale di questo governo e proviamo a capire, finalmente, che dietro ogni persona che va a votare ci sono bollette, mutui, affitti, difficoltà nell’acquistare una casa e la chiara percezione che non ci sia, in corso, un miglioramento sufficiente degli standard di vita.
Insomma. a fronte di tante domande le risposte sono poche e confuse, in uno scenario che vede, da una parte, un governo che dispone ancora di una posizione parlamentare molto forte ma deve riconquistare fiducia sulla gestione dell’economia; dall’altra un’opposizione che deve tornare a convincere gli elettori prima ancora di pensare a riconquistare il governo; in mezzo, o forse sempre meno in mezzo, una forza populista che cresce alimentandosi degli spazi lasciati aperti da entrambi.
Alla fine, però, sarà probabilmente proprio lo stato di salute dell’economia a stabilire quanto profonda sia davvero questa trasformazione e quanto impatto avrà in occasione del voto federale del 2028.