BEIRUT - Avranno inizio oggi alle 16:00 (ora locale), i negoziati diretti tra gli ambasciatori di Libano e Israele a Washington. Si tratta del secondo incontro dalla ripresa delle ostilità e di un evento dal valore storico: era infatti dal 1993 che i due Paesi non tenevano negoziati in forma diretta, mentre le relazioni diplomatiche ufficiali risultano interrotte fin dal 1948. 

I colloqui si svolgono sotto l’egida degli Stati Uniti e nel pieno di un fragile cessate il fuoco di 10 giorni, imposto il 16 aprile scorso e fortemente voluto dal presidente Donald Trump. Tuttavia, il livello delle delegazioni suggerisce che la trattativa sia ancora in una fase preliminare: a confrontarsi saranno l’ambasciatrice libanese Nada Hamadeh Moawad e l’omologo israeliano Yechiel Leiter, alla presenza degli ambasciatori Usa Mike Huckabee (per Israele) e Michel Issa (per il Libano). 

Beirut si presenta al tavolo in una posizione di estrema debolezza istituzionale. Secondo fonti vicine al Financial Times, il Libano non avrebbe avuto un peso reale nella definizione della tregua attuale, arrivata principalmente per la volontà convergente di Trump e dell’Iran.  

Gli obiettivi di breve e lungo termine dell’ambasciatrice Moawad includono, come richiesta prioritaria, l’estensione di almeno un mese del cessate il fuoco in scadenza domenica prossima e la fine immediata della distruzione sistematica delle case nei villaggi occupati da Israele dal 2 marzo, data di inizio del conflitto. Nel lungo periodo, il Libano punta inoltre al ritiro totale delle truppe Forze di difesa israeliane (Idf) dal sud, al rilascio dei prigionieri libanesi e all’avvio di un piano di ricostruzione per danni stimati in decine di miliardi di dollari. 

Per Tel Aviv, il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha mantenuto una linea ferma ma apparentemente aperta al dialogo, dichiarando che non esistono “gravi divergenze” o controversie di confine insuperabili. Tuttavia, la visione israeliana poggia su condizioni precise, a partire dal disarmo di Hezbollah. Sa’ar ha infatti definito il Libano uno “Stato fallito” e indicato nel gruppo sciita l’unico vero ostacolo alla pace, esortando il governo di Beirut a collaborare per neutralizzarlo.  

Sul piano della sicurezza, Israele intende inoltre mantenere una presenza militare o una fascia di sicurezza per impedire il lancio di razzi e missili anticarro, ostacolando di fatto il ritorno della popolazione libanese nelle aree di confine attraverso le demolizioni in corso. 

La riuscita dei colloqui è minata da una situazione sul campo estremamente instabile. Nonostante la tregua, nell’ultima settimana si sono registrati attacchi da entrambe le parti. Un raid aereo israeliano nel sud del Libano ha ucciso una giornalista nella giornata di ieri, suscitando l’indignazione dell’Onu e del Comitato per la protezione dei giornalisti. Inoltre, si stima che solo nei primi tre giorni di cessate il fuoco l’Idf abbia distrutto o danneggiato circa 478 unità abitative.  

Sul fronte opposto, l’ostruzionismo di Hezbollah si è manifestato attraverso le parole dell’alto membro Wafiq Safa, il quale ha dichiarato che il gruppo non rispetterà alcun accordo raggiunto durante i colloqui diretti a cui si oppone fermamente; in questo senso, la pressione dell’Iran sui miliziani rimane l’unica reale variabile in grado di spostare l’ago della bilancia. Nel frattempo, l’ambasciata statunitense a Beirut ha esortato i cittadini Usa a lasciare il Libano, citando i persistenti rischi di terrorismo e rapimenti. 

Le operazioni militari hanno lasciato una cicatrice profonda nel tessuto sociale libanese. Secondo Chadi Abdallah, Segretario Generale del Consiglio Nazionale per la Ricerca Scientifica, negli ultimi 45 giorni di guerra le unità abitative colpite variano tra le 50.000 e le 62.000, con circa 21.700 case completamente rase al suolo. Se si considera invece l’intero conflitto scaturito dopo il 7 ottobre, il bilancio totale sale a oltre 220.000 abitazioni distrutte. 

Un grande interrogativo pende su chi garantirà il rispetto degli accordi futuri. La missione ONU UNIFIL, che ha vigilato sulla “Linea Blu” con enormi difficoltà e subendo attacchi che hanno causato la morte di peacekeepers francesi e indonesiani, è ormai al tramonto. Il mandato scadrà a fine anno e l’Assemblea Generale ne ha già deciso il ritiro. Nella mattinata del 23 aprile 2026, le Nazioni Unite hanno confermato di essere al lavoro per una nuova forma di presenza internazionale, ma le discussioni restano in una fase embrionale.