PECHINO - La Cina ha aperto un nuovo, critico fronte nello scontro con gli Stati Uniti ordinando ufficialmente alle proprie imprese di ignorare le sanzioni statunitensi contro cinque raffinerie cinesi accusate di acquistare greggio dall’Iran. La decisione giunge in un momento di estrema delicatezza diplomatica, a pochi giorni dal possibile vertice del 14-15 maggio tra Donald Trump e Xi Jinping, trasformando il dossier energetico in un banco di prova decisivo per le due maggiori economie mondiali.
Il provvedimento del Ministero del Commercio cinese rappresenta la prima applicazione concreta della normativa di Pechino nata per neutralizzare gli effetti delle sanzioni straniere considerate illegittime. Il messaggio inviato a Washington è perentorio: le misure statunitensi non devono essere riconosciute né applicate all’interno della giurisdizione cinese.
L’ordine riguarda nello specifico la Hengli Petrochemical (Dalian) Refinery, recentemente colpita dal Dipartimento del Tesoro Usa, e le cosiddette “Teapot”, ovvero raffinerie indipendenti, tra cui figurano Shandong Jincheng Petrochemical Group, Hebei Xinhai Chemical Group, Shouguang Luqing Petrochemical e Shandong Shengxing Chemical.
Per Pechino, le sanzioni Usa sono un caso di “longa manus giurisdizionale” privo di fondamento nel diritto internazionale. Il Quotidiano del Popolo ha presentato la mossa come un atto di difesa dello stato di diritto per proteggere gli interessi legittimi delle aziende nazionali.
La risposta cinese crea un obbligo giuridico opposto a quello statunitense, mettendo banche, trader e società di logistica in una posizione impossibile. Chi rispetta le sanzioni Usa rischia di violare la legge cinese, esponendosi a restrizioni commerciali, limiti agli investimenti e azioni legali per risarcimento danni in Cina. Chi obbedisce a Pechino rischia l’esclusione dal sistema finanziario globale in dollari gestito dagli Stati Uniti.
Questa pressione colpisce in particolare le raffinerie indipendenti dello Shandong, meno esposte ai mercati internazionali rispetto ai colossi statali come Sinopec, e quindi più propense a trattare greggio scontato proveniente da Iran e Russia.
Sebbene le statistiche ufficiali cinesi non registrino importazioni dall’Iran dal 2023, la realtà operativa è differente. Secondo gli analisti, il commercio prosegue attraverso un sistema parallelo che include le cosiddette navi “fantasma”, ovvero petroliere che spengono i transponder e utilizzano trasferimenti nave-nave per mascherare l’origine del carico.
Il sistema si avvale inoltre di un’infrastruttura dedicata, composta da società di comodo e intermediari specializzati che regolano i pagamenti in yuan anziché in dollari, riducendo così l’efficacia della pressione finanziaria statunitensi.
Si stima che nel 2025 il petrolio iraniano abbia rappresentato circa il 12% delle importazioni totali cinesi, con flussi medi di 1,4 milioni di barili al giorno. Per Teheran è una fonte vitale di valuta; per Pechino, una fornitura scontata fondamentale in una fase di instabilità energetica globale.
L’attivazione della normativa di blocco indica che la Cina non intende presentarsi al vertice di metà maggio in posizione difensiva. Mentre Washington intensifica la campagna per prosciugare le finanze iraniane colpendo non solo le raffinerie ma anche le reti logistiche, la Cina rivendica il diritto di decidere autonomamente con chi commerciare.
Hengli Petrochemical ha respinto ogni accusa, sostenendo di operare normalmente e di non aver mai intrattenuto rapporti con l’Iran. Resta però evidente che la sfida di Pechino ha spostato lo scontro dal piano diplomatico a quello operativo-legale, costituendo un precedente che potrebbe essere esteso ad altri settori strategici nel prossimo futuro.