DINARD - Dopo aver raccontato, sulle pagine de Il Globo, la genesi di Venezia anamorfica e il suo complesso rapporto con Venezia - città insieme vissuta, abbandonata e continuamente rielaborata - Fabrizio Uliana torna ai nostri microfoni per condividere un nuovo capitolo del suo percorso artistico, questa volta legato a due esperienze espositive maturate in territorio francese: il Salon des Artistes de Dinard e la quarta edizione dello SDAM PHOTO.

Se nel precedente confronto emergeva con forza la dimensione intima e quasi necessaria del suo lavoro, nata da una frattura biografica e tradotta in un linguaggio visivo fondato sulla deformazione e sull’errore, oggi lo sguardo si sposta sulle modalità attraverso cui quella stessa ricerca entra in contatto con il pubblico e con altri artisti, misurandosi con contesti espositivi differenti per scala, vocazione e struttura.

Manifestazione consolidata nel panorama culturale della Bretagna, il Salon des Artistes de Dinard si configura come uno spazio espositivo capace di accogliere un pubblico ampio e trasversale, oltre 6.600 visitatori nell’ultima edizione.

“È stata un'opportunità straordinaria per far uscire le mie immagini dalla sfera privata”, osserva il fotografo. “Vedere così tante persone fermarsi davanti a Venezia e alla Bretagna, cercando di decifrare le forme, conferma che la fotografia può generare una connessione profonda tra luoghi lontani. Il riscontro più interessante è stato osservare quella che definisco l’estetica del dubbio: i visitatori non si limitavano a guardare, ma si interrogavano sulla natura di ciò che vedevano, trasformando l'osservazione in un dialogo attivo e personale”.

Il progetto qui presentato, Tra Mare e Laguna, prosegue e al tempo stesso amplia la riflessione già avviata negli anni precedenti, mettendo in relazione due territori che appartengono alla biografia dell’autore ma che, nelle immagini, perdono progressivamente la loro identificabilità geografica. “Il filo rosso è l'esigenza di creare un ponte visivo tra il mio passato veneziano, dove ho vissuto per 25 anni, e il mio presente in terra bretone. Cerco un equilibrio tra le acque calme della laguna e la forza selvaggia dell'Atlantico. La metamorfosi mi permette di proteggere la bellezza di questi luoghi: togliendo il dettaglio che data l'immagine, li trasformo in un'esperienza atemporale. Venezia e la Bretagna smettono di essere documenti geografici e diventano una sola pelle emotiva”.

È nella nozione di 'Fotomorfosi' che si condensa il cuore della sua ricerca: immagini che non rinunciano al reale, ma ne sospendono la leggibilità per accedere a una dimensione più instabile e percettiva. “Le chiamo fotomorfosi proprio perché non sono astrazioni totali, ma visioni che rifiutano il canone della verosimiglianza. Sento il bisogno di deformare il reale per catturare 'l’anima delle cose' piuttosto che la loro forma esteriore. È un atto di libertà: voglio immortalare la trasformazione dei luoghi offrendo una lettura sensoriale, lontana dall'immagine-cartolina a cui siamo assuefatti”.

In questo processo, l’acqua, elemento ricorrente e strutturante diventa lo strumento stesso della visione. “Funziona come uno specchio che deforma e come un limite che definisce lo spazio, aiutandomi a raggiungere quella non-naturalità necessaria per superare la semplice documentazione. Oltre l'aspetto estetico, per me rappresenta la fluidità dell'esistenza: un elemento che si trasforma incessantemente senza mai perdere la propria essenza profonda”.

Le opere esposte allo SDAM PHOTO. 

A questa dimensione si affianca una scelta tecnica che si pone in aperta controtendenza rispetto alla ricerca di perfezione propria dell’immagine digitale contemporanea. “La bassa risoluzione è il mio ponte: toglie il dettaglio superfluo e lascia solo l'atmosfera. Non cerco la melodia di un tamburo raffinato, ma il battito profondo che esce da una pentola colpita a mani nude. L'effetto nasce da un movimento fisico, lento e circolare, che richiama la disciplina del Tai-Chi: è un gesto meditativo che permette alla tecnologia di far emergere l'invisibile”.

Se il Salon des Artistes rappresenta uno spazio di apertura verso un pubblico ampio, lo SDAM PHOTO, promosso dall’associazione I Pirati dell’Arte a Minihic-sur-Rance, si configura come un contesto più raccolto, in cui la dimensione collettiva e la condivisione di una visione dell’arte assumono un ruolo centrale. Qui, la pratica artistica viene esplicitamente sottratta alle logiche commerciali per essere restituita a una dimensione di ricerca e confronto.

“Lo SDAM 2026 è stato un momento di vera resistenza culturale. Far parte di questo equipaggio significa intendere l'arte come un atto di libertà e di saccheggio della bellezza per restituirla al pubblico, fuori dalle logiche commerciali”, afferma Uliana. “Mi ha colpito la forza del collettivo e il confronto con autori che cercano il significato oltre l'immagine. È stato un modo per onorare le mie radici nate nel circolo veneziano La Gondola, portandole verso nuove evoluzioni contemporanee”.

In entrambe le esperienze, ciò che emerge è la capacità di un autore italiano di inserirsi in contesti internazionali senza adattare il proprio linguaggio a modelli dominanti, ma mantenendo una tensione critica che affonda le radici in un vissuto preciso e in una riflessione continua sul mezzo fotografico.

Le direzioni future del lavoro di Fabrizio Uliana sembrano confermare questa apertura, evitando ogni forma di stabilizzazione. “Sto tornando alle origini del mio approccio con la fotografia. Ho ritrovato una Instamatic degli anni Sessanta e una Zeiss a soffietto 6x6 degli anni Cinquanta: forse cercherò di misurarmi con il bianco e nero analogico e il rigore di quegli strumenti. Allo stesso tempo, però, mi sto concedendo la libertà del gioco. Sto sperimentando con una macchina fotografica per bambini che crea effetti caleidoscopici e stampe termiche immediate: i colori sono saturi, quasi sbagliati, e creano un contrasto forte con la mia ricerca più classica. L’importante è restare in cammino e vedere dove mi porta il cuore”.