GINEVRA - L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha aggiornato il bilancio del focolaio di Hantavirus scoppiato a bordo della nave da crociera Mv Hondius.

Il direttore generale, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha confermato che il totale dei contagiati è salito a undici (nove confermati e due probabili), con tre decessi già registrati. Dopo lo sbarco dei passeggeri a Tenerife e il loro rimpatrio, l’attenzione globale è ora rivolta al monitoraggio dei contatti per evitare una diffusione su larga scala. 

Il responsabile dell’epidemia è il virus Andes, una specifica variante della famiglia degli Hantavirus. Sebbene questi virus infettino naturalmente i roditori e si trasmettano all’uomo tramite il contatto con i loro escrementi o morsi, il ceppo Andes è l’unico noto per la capacità di trasmettersi da persona a persona. 

L’infezione può manifestarsi in due forme principali a seconda dell’area geografica. Nelle Americhe il ceppo Andes causa la sindrome polmonare da Hantavirus, una condizione rapida e grave che colpisce cuore e polmoni e per la quale la trasmissione umana avviene attraverso un contatto stretto e prolungato. Al contrario, in Europa e in Asia il virus provoca solitamente la febbre emorragica con sindrome renale, che colpisce i vasi sanguigni e i reni, ma per la quale non è mai stata documentata la trasmissione interumana. 

A causa del lunghissimo periodo di incubazione del virus Andes, l’Oms ha fissato protocolli rigidi. I sintomi (febbre, stanchezza, dolori muscolari) compaiono solitamente dopo tre settimane, ma il rischio persiste molto più a lungo. 

L’Oms raccomanda una quarantena di 42 giorni (6 settimane) dall’ultima esposizione possibile, avvenuta il 10 maggio durante lo sbarco a Tenerife. Di conseguenza, il periodo di osservazione attiva dovrà proseguire fino al 21 giugno. Olivier Le Polain, dell’unità di Epidemiologia dell’Oms, ha avvertito che il virus è più contagioso nelle fasi iniziali della malattia, rendendo l’isolamento immediato ai primi sintomi una misura salvavita. 

Nonostante le indicazioni centrali, la risposta dei singoli Stati non è uniforme, sollevando preoccupazioni sulla tenuta del cordone sanitario. Germania, Gran Bretagna, Svizzera e Grecia hanno scelto la linea dura estendendo la quarantena a 45 giorni, mentre Francia e Australia hanno adottato misure più flessibili che prevedono 2-3 settimane iniziali, prorogabili in base ai sintomi. Il caso degli Stati Uniti appare invece isolato, poiché non è stata imposta la quarantena ai 17 passeggeri statunitensi rientrati, una scelta definita rischiosa dal  Tedros Adhanom Ghebreyesus. 

L’allerta non riguarda solo i passeggeri, ma anche il personale sanitario. L’ospedale universitario Radboud di Nijmegen, nei Paesi Bassi, ha dovuto mettere in isolamento 12 dipendenti a scopo precauzionale. Durante la cura di un paziente evacuato dalla nave, sono stati commessi errori procedurali nel prelievo di sangue e nello smaltimento delle urine, evidenziando quanto sia complessa la gestione di questo virus anche in ambienti protetti. 

Al momento non esiste un vaccino né una cura specifica. L’assistenza medica tempestiva e il monitoraggio delle funzioni respiratorie e renali restano le uniche armi per migliorare le probabilità di sopravvivenza.