PECHINO - Una visita di Stato di tre giorni che lo riporterà a Pechino nove anni dopo il suo primo viaggio presidenziale. Mercoledì 13 maggio, Donald Trump sbarcherà in Cina: per il tycoon, al suo secondo mandato alla Casa Bianca, si tratta del primo incontro in territorio cinese dal 2017 con un Xi Jinping che, nel frattempo, ha consolidato un terzo mandato senza precedenti.
Il mondo attende un vertice che, originariamente previsto per marzo, è carico di tensioni ma anche di necessità pragmatiche.
Ad aprire la strada al presidente è il Segretario al Tesoro Scott Bessent, impegnato in un tour strategico tra Giappone e Corea del Sud. Dopo i colloqui a Tokyo con il ministro delle Finanze Satsuki Katayama e la leader conservatrice Sanae Takaichi, Bessent farà tappa a Seul mercoledì. Qui è previsto un faccia a faccia cruciale con il vicepremier He Lifeng, considerato lo “zar” dell’economia cinese.
L’obiettivo è preparare il terreno per quello che Bessent definisce un “vertice storico”, mentre Pechino, tramite il portavoce Guo Jiakun, si dice pronta a collaborare per infondere “stabilità e certezza in un mondo volatile”.
L’ombra del conflitto in Medio Oriente incombe sul summit. Gli Stati Uniti premono affinché la Cina usi la sua influenza su Teheran per porre fine alla guerra, ma Pechino respinge la responsabilità del conflitto su Washington e Israele. Il clima è stato ulteriormente surriscaldato dalle recenti sanzioni statunitensi contro tre società cinesi accusate di sostenere le attività militari iraniane; sanzioni definite da Pechino “illegali e unilaterali”.
Trump si presenta al vertice indebolito dai riflessi della guerra in Iran, mentre Xi appare in una posizione di forza relativa, pur dovendo gestire le ripercussioni economiche globali della crisi. Washington potrebbe chiedere a Xi di esigere concessioni da Teheran, ma Pechino teme che assecondare tale richiesta possa intaccare la fiducia costruita faticosamente con il partner mediorientale.
Se nel 2017 la visita portò accordi per 250 miliardi di dollari (molti rimasti lettere d’intenti), oggi la realtà è segnata da dazi che, nell’aprile 2025, hanno raggiunto punte del 145% su alcuni prodotti cinesi. L’obiettivo del vertice non è la riconciliazione, ma la gestione di una competizione aspra.
Tra gli obiettivi immediati del vertice figura la ricerca di intese pragmatiche sull’acquisto di aerei Boeing, prodotti agricoli ed energia, oltre a una cooperazione contro il traffico di fentanyl.
In questo contesto la Cina punta sul proprio dominio nel settore delle terre rare, i metalli indispensabili per l’industria moderna. Tale posizione è considerata la carta vincente di Xi per ottenere da Trump sgravi tariffari o il congelamento dei controlli sulle esportazioni tecnologiche, con particolare riferimento ai chip per l’intelligenza artificiale di Nvidia, attualmente vietati alle aziende cinesi.
Nonostante la posizione di forza negoziale, Xi deve fare i conti con un rallentamento economico interno. La domanda stagnante post-pandemia, la crisi del debito immobiliare che ha eroso la ricchezza delle famiglie e l’elevata disoccupazione giovanile rendono Pechino vulnerabile. Inoltre, il rialzo dei prezzi del gas e dei costi di produzione della plastica (legati al greggio) preoccupa gli industriali cinesi, rendendo urgente una stabilizzazione dei mercati mondiali.
Taiwan rimane il punto più sensibile. Pechino preme per la fine della “ambiguità strategica” statunitense, ma gli analisti ritengono improbabile che Trump faccia concessioni sostanziali. In Asia, tuttavia, regna la cautela: funzionari di Taipei e delle nazioni vicine temono l’impulsività di Trump. Il timore è che il tycoon possa sacrificare il sostegno militare a Taiwan o ridurre la presenza di truppe in Giappone (53.000 soldati) e Corea del Sud (24.000) in cambio di vantaggi economici immediati.
Questi timori hanno spinto le cosiddette “Middle Powers” a una serie di accordi difensivi indipendenti per proteggersi: la Polonia ospiterà linee di produzione di tank sudcoreani, l’Australia acquisterà navi da guerra dal Giappone e il Canada fornirà uranio all’India. Contemporaneamente il Giappone, sotto la guida di Sanae Takaichi, promuove relazioni più audaci nonostante il rischio di irritare Pechino.
La posta in gioco tra il 13 e il 15 maggio è altissima. Dalla “tregua fragile” raggiunta nell’ottobre precedente alla guerra commerciale aperta del 2018, fino alle crisi del pallone spia nel 2023, il rapporto è diventato strutturalmente conflittuale. Il successo del vertice non si misurerà sulla fine della rivalità, ma sulla capacità dei due leader di stabilire un protocollo di gestione che impedisca alla competizione tecnologica e militare di degenerare in un conflitto aperto.