ROMA - La Corte d’Assise di Roma ha condannato a dieci anni tre agenti dei servizi segreti egiziani nel processo per la morte di Giulio Regeni, il ricercatore friulano sequestrato al Cairo nel gennaio 2016 e trovato morto pochi giorni dopo con evidenti segni di torture. 

La condanna riguarda il sequestro di persona: i giudici hanno invece fatto cadere l’accusa di omicidio contestata dalla Procura. Sono stati condannati il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, per il quale l’accusa aveva chiesto l’ergastolo, e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed. Il quarto imputato, il generale Tariq Sabir, è stato assolto. 

La sentenza di primo grado arriva 3.890 giorni dopo il ritrovamento del corpo di Regeni in Egitto e segna la prima verità processuale su una vicenda attraversata per anni da ostacoli diplomatici, depistaggi e mancate collaborazioni da parte delle autorità egiziane. 

“Questo processo non consegna una verità intuitiva o emotiva”, ha affermato in aula il rappresentante dell’accusa, sottolineando che “consegna una verità processuale costruita attraverso prove documentali, prove dichiarative, prove tecnico-scientifiche, riscontri esterni, convergenze indipendenti e verifiche dibattimentali”. 

Alla lettura della sentenza erano presenti i genitori di Giulio, che fin dal primo giorno hanno chiesto “verità e giustizia” per il figlio.

“Siamo qui oggi nonostante questo faticosissimo percorso a ostacoli, in salita”, ha detto l’avvocata Alessandra Ballerini, legale della famiglia Regeni, ringraziando “tutti, la scorta mediatica e il popolo giallo. In pochi avrebbero scommesso che saremmo arrivati a un processo e poi a una sentenza. Questa è già una vittoria ma non ci accontentiamo”. 

Ballerini ha sottolineato le difficoltà incontrate nel corso dell’iter giudiziario. “Tutto quello che il regime egiziano poteva mettere in campo per impedire questo processo lo ha fatto”, ha affermato.  

Alla domanda sulla recente visita in Egitto del ministro degli Esteri Antonio Tajani e sull’incontro con il presidente Abdel Fattah al-Sisi, la legale ha risposto: “Non ci riguarda, perché la nostra è una democrazia: c’è la separazione dei poteri prevista dalla nostra Costituzione”. 

Fuori dal tribunale di Roma si è tenuto un sit-in con gli attivisti del “popolo giallo” e lo striscione “Verità per Giulio Regeni”. Al presidio ha partecipato anche la segretaria del Pd, Elly Schlein, che si è intrattenuta per alcuni istanti con i genitori e la sorella del ricercatore. 

Il processo è stato portato avanti dalla Procura di Roma nonostante il muro opposto dall’Egitto. Secondo i pm, le autorità del Cairo avrebbero coperto e protetto gli autori delle violenze fornendo versioni di comodo, falsi e ostacolando gli accertamenti. 

Per l’accusa, il sequestro di Regeni iniziò il 25 gennaio 2016, quando il ricercatore italiano “entra, inconsapevole, in una zona d’ombra in cui il diritto cessa di esistere”. Da quel momento, hanno sostenuto i pm, Giulio venne privato della libertà e sottoposto a violenza da appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani, che hanno portato alla sua morte.