È stato il ministro delle Finanze più longevo, poi è diventato il segretario generale dell’OECD (per l’Italia OCSE, che sta per Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico): mandato di cinque anni da poco rinnovato per Mathias Cormann che, evidentemente, dati i ruoli ricoperti, di numeri e previsioni economiche qualcosa ne capisce. L’OCSE, infatti, si occupa di economia, commercio, occupazione, istruzione, produttività, tassazione e fornisce analisi e raccomandazioni mettendo a confronto le performance dei 38 Paesi che rappresenta. L’ex ministro dei governi Abbott, Turnbull e Morrison, mercoledì scorso in un suo intervento da Perth, ha dichiarato che l’Australia sta mostrando preoccupanti segnali di un lento declino, in un contesto globale caratterizzato da una “recessione” dello stato di diritto e da una perdita di fiducia nelle istituzioni che rischiano di minare le fondamenta sulle quali è stata costruita la prosperità occidentale.
Davanti ad una sala gremita da ‘esperti’ del mondo economico e legale, Cormann ha parlato dei rischi che il Paese sta correndo unendosi alla tendenza globale, post Covid, di un protezionismo più discreto, protetto da una nuova tentazione di regole e interventismo, che sta frenando produttività e investimenti.
“L’Australia - ha affermato l’ex senatore nel corso della sua presentazione (Quayside Chambers Oration) - non ha bisogno di condurre un altro ‘esperimento’, avendo già imparato che l’apertura dell’economia a partire dagli anni Ottanta, dopo aver gestito uno dei sistemi più protetti al mondo, ha consentito al Paese di entrare nel gruppo delle economie leader”. Un Paese che era stato invidiato dal mondo intero per la sua tenuta economica: 28 anni consecutivi di crescita, superando tempeste finanziarie globali (prima quella asiatica, poi quella ancora più devastante partita dagli Usa a causa dei mutui subprime e della bolla immobiliare), che avevano reso l’Australia motivo di esempio da seguire per le nazioni dell’OCSE.
Quindi comprensibile il campanello d’allarme fatto suonare da Cormann che, forte dall’indipendenza politica del suo ruolo, può parlare senza essere accusato di ‘secondi fini’ di realtà che stanno rischiando di annullare anni di successi bipartisan di riforme e sviluppo, con le nuove-vecchie proposte di sussidi industriali, di corsie preferenziali negli appalti pubblici, di un ritorno ad una sempre più rigida regolamentazione del mercato del lavoro, di oneri normativi sugli investimenti.
Cormann ha spaziato nel tempo in relazione a chiusure a aperture economiche che hanno caratterizzato la politica e il successo dell’Australia e ha fatto notare che, mettendo a confronto i dati sulla vecchia e nuova produttività, diventa chiaro e preoccupante che lo sforzo riformatore del Paese sta svanendo e il lento e silenzioso ritorno verso il protezionismo rischia di erodere i risultati conquistati con fatica e lungimiranza.
“Non si tratta di nostalgia”, ha assicurato nel corso del suo intervento nella capitale del Western Australia, ma della realtà che “le nazioni prosperano non semplicemente perché dispongono di abbondanti risorse naturali, ma grazie alla solidità delle istituzioni e al mantenimento dello stato di diritto, che sostiene il consenso pubblico alle riforme, offre certezza alle attività economiche e costruisce fiducia nelle economie aperte”.
“Questi fattori -ha sottolineato -, sono fondamentali per ottenere aumenti della produttività, che si sono ridotti a una frazione dei livelli raggiunti durante le epoche Hawke-Keating e Howard-Costello”.
Epoche che avevano portato avanti gli storici cambiamenti strutturali del Paese iniziati dal governo Whitlam che ridusse tutti i dazi del 25% nel 1973 e istituì l’Industry Commission. Poi le amministrazioni Hawke e Keating lasciarono fluttuare il dollaro nel dicembre 1983, deregolamentarono il sistema finanziario, ammisero le banche straniere, annunciarono graduali riduzioni tariffarie che portarono la maggior parte dei dazi a circa il 5%, spostarono la determinazione dei salari da un sistema centralizzato alla contrattazione a livello aziendale e, nel 1995, introdussero la National Competition Policy (sulla base di un apposito studio fatto condurre in materia, l’Hilmer Review), estendendo la concorrenza ai settori dell’elettricità, del gas, delle ferrovie e alle professioni.
Il governo Howard garantì alla Reserve Bank of Australia un’indipendenza formale per perseguire l’obiettivo della riduzione dell’inflazione, ristabilì la disciplina fiscale, introdusse la GST e liberalizzò ulteriormente il mercato del lavoro. Decisamente controcorrente rispetto alle tendenze attuali, Howard e Costello adottarono misure significative per garantire la neutralità competitiva trattando le imprese allo stesso modo indipendentemente dalla loro nazionalità e proprietà, in particolare per assicurare condizioni di parità tra imprese statali e aziende private.
Per quarant’anni – ha sottolineato Cormann -, entrambi gli schieramenti politici, si sono mossi in una sola direzione: apertura, concorrenza e orientamento verso il mondo esterno. E i risultati ottenuti si commentano da soli con l’Australia che, in fatto di produttività (crescita annuale tra il 1994 e il 2004 dell’1,6%) si catapultò ai vertici dell’OCSE. Efficienza e resilienza come risultato di una visione bipartisan: “e quando l’industrializzazione della Cina – ha spiegato ancora l’ex senatore del WA - generò il più grande boom delle risorse naturali nella storia australiana, un’economia flessibile e aperta fu in grado di coglierne le opportunità. Capitali e lavoratori si spostarono verso gli impieghi in cui avevano maggior valore, gli investimenti minerari aumentarono fortemente e il miglioramento delle ragioni di scambio si tradusse in redditi reali più elevati in tutto il Paese. Furono le riforme a rendere possibile il boom”.
Ora però tutti questi sforzi si stanno affievolendo: Coalizione e laburisti, a causa di paure e opportunismi politici a breve termine, sembrano avere siglato un tacito inconscio patto per rallentare il motore economico. Circostanze diverse, mondo diverso, ma la realtà di una produttività scesa, in media (dal 2019 al 2024), ad appena lo 0,66% all’anno sta creando non poche difficoltà, ha fatto scendere l’Australia intorno alla media OCSE. Il Covid, ovviamente, non ha aiutato la causa, come non stanno aiutando le tensioni internazionali targate Ucraina, Iran e Donald Trump, che rendono alcune motivazioni per cambi di rotta ancora più plausibili come la sicurezza degli approvvigionamenti, la capacità nazionale, l’equità sociale. Ma, nel loro insieme, ricreano esattamente la logica del vecchio sistema: benefici visibili per pochi destinatari, costi invisibili distribuiti tra molti e capitale indirizzato dalle preferenze del governo anziché dal merito competitivo che fanno scendere la fiducia nella politica tradizionale e crescere le sirene populiste, con la richiesta dei cittadini di avere una maggiore voce nelle decisioni che li riguardano.
La storia insegna: coraggio, riforme, affidabilità, onestà su difficoltà da affrontare e proposte per farlo, senza scorciatoie e favoritismi di alcun tipo. Il protezionismo, arrivato fino agli anni ’70 (nel ‘71 l’ingresso dell’Australia nell’OCSE), rese un Paese ricco più povero rispetto ai suoi omologhi; l’apertura, la concorrenza e lo stato di diritto lo resero una delle economie di maggior successo al mondo. Ora siamo nel mezzo della classifica. Non dovrebbero esserci quindi dubbi su che carte giocare: le ricerche del Tesoro e della Reserve Bank suggeriscono che il semplice ripristino di un livello di concorrenza pari a quello dei primi anni Duemila potrebbe aumentare il PIL dall’1 al 3 per cento, per un valore di circa 2.000-6.000 dollari australiani per famiglia all’anno. Albanese e Chalmers, ma anche Angus Taylor e Tim Wilson sono ‘avvisati’: restare fermi non è un’opzione accettabile,