Sabato scorso il Canada Bay Club di Five Dock ha ospitato il secondo incontro con Alessandro Barbero, organizzato dalla National Italian Australian Women’s Association (NIAWA) e dalla Società Dante Alighieri, entrambe presiedute da Concetta Cirigliano Perna, insieme a tutto il comitato. La prima volta, nella stessa struttura, lo storico era presente di persona; questa volta è intervenuto a distanza per parlare del suo ultimo libro San Francesco, edito da Laterza, pubblicato in vista degli 800 anni dalla morte del santo.

Barbero è partito dal 1926, settimo centenario, quando il fascismo celebrò Francesco in grande stile. Che Mussolini, ateo e anticlericale ma già avviato verso il Concordato, se ne appropriasse non stupisce. Stupisce di più che un sacerdote, padre Ardali, pubblicasse San Francesco e Mussolini, sinceramente convinto delle loro somiglianze, perfino l’amore per gli uccelli. La prova che ogni epoca trova in Francesco quello che cerca.

Le opere di Francesco furono quasi tutte dettate: negli ultimi anni, quasi cieco, si affidava a frate Leone. Nel Testamento ricorda la conversione tra i lebbrosi, che prima gli ripugnavano e accanto ai quali provò “dolcezza dell’anima e del corpo”, e chiede ai frati di lavorare con le proprie mani.

Già quel richiamo mostra quanto l’Ordine si stesse allontanando da lui. Dopo la sua morte le biografie si moltiplicarono in una vera “guerra” sulla memoria, finché i vertici imposero la Legenda Maior di Bonaventura: un Francesco sereno e perfetto, ripulito delle asprezze raccontate da Tommaso da Celano. Barbero non sceglie un Francesco “vero”: confronta le versioni e lascia decidere al lettore.

Radicale in tutto, Francesco non voleva possedere nulla: un solo saio rattoppato, niente soldi, nessun potere. Diffidava persino dei libri, che allora costavano una fortuna e potevano, secondo lui, rendere i frati superbi e allontanarli da chi non sapeva leggere.

L’incontro con al-Kamil, sultano d’Egitto, nel 1219, va letto senza anacronismi: Francesco andò a predicare la verità cristiana, non a mettere le fedi sullo stesso piano. Ma al posto delle armi scelse la parola, e Barbero ci ha visto un messaggio per l’oggi: nell’Egitto di allora le comunità cristiane vivevano da secoli sotto un sovrano musulmano, e immaginare due blocchi destinati solo a combattersi era sbagliato allora come adesso. Nel 1926 padre Ardali in Francesco vedeva Mussolini; cent’anni dopo si rischia di vederci un pacifista. Barbero, da Torino, ha mostrato un uomo che nessuna versione, da sola, riesce a contenere.