MADRID - Dopo una carriera segnata da continue cadute e resurrezioni, che anni fa spinsero El País a ribattezzarlo “el superviviente inesperado” (il sopravvissuto inaspettato), Pedro Sánchez gioca l’ultima pallottola che gli restava in canna. Convocando le elezioni anticipate rispetto alla naturale scadenza del 2027, il premier socialista mettendosi in gioco in un difficilissimo azzardo dove la posta in palio non è solo la continuità dell’esecutivo progressista che da otto anni guida la Spagna, ma il suo stesso futuro politico.
Non è la prima volta che il 54enne leader del Psoe, prende una decisione ad alto rischio. Già nel luglio 2023, dopo i risultati disastrosi delle amministrative di maggio, convocò le votazioni a sorpresa in piena estate e con la presidenza dell’Ue appena iniziata: allora riuscì a sventare per un soffio la vittoria annunciata dei Popolari, formando un governo di minoranza. Quella formula è andata avanti fino allo scorso venerdì, quando gli indipendentisti catalani di Junts hanno votato contro i decreti per la crisi abitativa, provocando il blocco parlamentare.
La propensione alla sfida ha sempre caratterizzato il suo percorso. “Può sembrare presuntuoso, ma mi rendo conto che nelle situazioni difficili raccolgo la sfida”, scriveva nel 2019, un anno dopo essere riuscito a spodestare il popolare Mariano Rajoy con la prima mozione di sfiducia della storia della Spagna moderna. Un’impresa maturata dopo che nel 2016 era stato defenestrato dalla guida del partito per essersi rifiutato di agevolare un governo Rajoy; una scelta di rottura che tuttavia gli permise due anni più tardi di vincere le primarie socialiste e avviare la scalata alla Moncloa con il sostegno di Podemos.
Rispetto al passato, tuttavia, la situazione attuale appare come un vero e proprio dentro o fuori. “La carriera di Sanchez è sempre stata sull’orlo dell’impossibile, ma non è mai stato così assediato a livello giudiziario e politico, non ha mai affrontato un calo di consensi così sfavorevole da quando è diventato presidente, e non è mai stato così isolato come ora”, osserva oggi El País. Negli ultimi mesi, infatti, gli scandali giudiziari hanno portato in prigione i suoi stretti collaboratori, messo fuori gioco un suo cruciale mentore come l’ex premier Luis Rodríguez Zapatero e colpito direttamente la sua famiglia, con la moglie Begoña Gómez rinviata a giudizio per corruzione e il fratello David condannato per abuso d’ufficio.
A questo quadro si sommano le tensioni della crisi migratoria di Ceuta. Tra il 30 e il 31 luglio, tra le 60mila e le 72mila persone hanno tentato l’ingresso dal Marocco nell’enclave spagnola; sebbene la stragrande maggioranza sia rientrata volontariamente nel giro di pochi giorni, la permanenza di migliaia di migranti e minorenni ha fornito argomento d’attacco alla destra dei Popolari e all’estrema destra di Vox, pronte a fare della questione un tema centrale della campagna elettorale criticando le politiche di inclusione del governo.
Tuttavia, lo scontro decisivo che ha fatto cadere l’esecutivo in Parlamento riguarda la crisi abitativa. L’emergenza è esplosa sul piano mediatico con il caso di Mariacarmen Abascal, la 87enne madrilena sfrattata dalle forze dell’ordine dal suo appartamento dopo un aumento del canone del 275% seguito all’acquisto dello stabile da parte di un fondo immobiliare. Le proteste sorte in tutto il Paese e il ritorno degli “indignados”, guidati dal Sindicato de Inquilinas accampati a Puerta del Sol, avevano spinto Sánchez a presentare due decreti d’urgenza con la sospensione degli sfratti per le fasce vulnerabili, la proroga dei contratti e limiti agli affitti temporanei o speculativi.
Con la chiamata alle urne, il premier sceglie di puntare tutto “sulla brace ardente della mobilitazione sociale per la crisi”, sperando di confermarsi ancora una volta l’araba fenice della politica spagnola. Un obiettivo insidioso, come evidenziato da El Mundo nell’articolo dal titolo “Quanti voti recupera Sanchez con Maricarmen?“, dove si sottolinea che “alla fine non è così tanto facile convincere milioni di persone che, dopo otto anni di peggioramento delle condizioni abitative, ne servano altri otto per migliorarle”.
Nel corso della sua traiettoria, Sánchez ha affrontato tre leader popolari (Mariano Rajoy, Pablo Casado e Alberto Núñez Feijóo), ha assistito alla parabola di figure come Pablo Iglesias di Podemos e ha inanellato diversi primati: la prima mozione di sfiducia vincente, il primo governo di coalizione e il primo mandato portato avanti senza approvare un bilancio.
Ora si appresta ad affrontare la sua sesta campagna elettorale da candidato socialista, consapevole che “se non verrà eletto presidente, tutti si aspettano che inizi il dibattito sulla successione all’interno del Psoe”. Si preannunciano settimane “cariche di incertezza e pericoli”, ma anche segnate da “un’opportunità che non esisteva fino a pochi mesi fa” per l’ultimo baluardo progressista di un’Europa a maggioranza di centrodestra.
È lo stesso Sánchez, nel discorso con cui ha annunciato il voto anticipato, a rivendicare i risultati ottenuti per tracciare la linea della battaglia imminente: “La Spagna ha continuato a progredire; è l’economia in più rapida crescita nell’Ue e il potere d’acquisto è aumentato tre volte di più rispetto a Francia e Germania. Abbiamo ampliato le borse di studio, il congedo di maternità, l’assistenza a lungo termine e i servizi del sistema sanitario. E abbiamo avviato una profonda modernizzazione del Paese con il fondo Next Generation Eu. Più della metà della nostra energia proviene da fonti rinnovabili. E ci siamo rifiutati di sacrificare lo stato sociale sull’altare dell’obiettivo del 5%“.