LONDRA - Le dimissioni di Keir Starmer chiudono un’esperienza di governo durata meno di due anni, segnata da una rapida erosione del consenso e da una crescente contestazione sia nell’opinione pubblica sia all’interno del Partito Laburista.

Arrivato a Downing Street nel luglio 2024 – con una larga maggioranza parlamentare e con l’ambizione di inaugurare una nuova stagione politica dopo quasi quindici anni di governi conservatori – il primo ministro britannico lascia oggi un Paese in cui il rapporto con gli elettori non è mai realmente decollato. 

Gli ultimi dati di YouGov fotografano la profondità della crisi: il suo indice di gradimento si è attestato al -42%, con appena il 19% degli intervistati favorevole al suo operato e il 61% contrario. Ancora più significativo il giudizio sull’azione di governo: il 74% dei britannici ritiene che Starmer non abbia svolto un buon lavoro come primo ministro, contro appena il 18% che ne approva l’operato. 

A pesare sono state innanzitutto le aspettative. La vittoria elettorale del 2024 aveva consegnato ai laburisti una solida maggioranza e la promessa di un netto cambio di rotta rispetto all’era conservatrice. Tuttavia, molti elettori hanno percepito una distanza crescente tra le aspettative di rinnovamento e i risultati concreti ottenuti dal governo.  

A ciò si sono aggiunte critiche ricorrenti sul piano personale: l’accusa di scarso carisma e la percezione di una leadership spesso indecisa, caratterizzata da annunci di svolte politiche (in particolare nei rapporti con l’Unione Europea) che non si sono tradotti in cambiamenti visibili. Tra i dossier che hanno maggiormente indebolito il leader vi è quello economico.  

Nonostante le promesse elettorali, il governo ha adottato misure particolarmente impopolari per contenere la spesa pubblica. Tra queste, il taglio dell’indennità per il riscaldamento destinata a circa dieci milioni di pensionati, una decisione che ha provocato forti proteste e che ha costretto l’esecutivo a un parziale passo indietro nel maggio 2025.  

Ulteriori critiche sono arrivate dopo il primo bilancio presentato dal ministro delle Finanze Rachel Reeves, che ha previsto aumenti fiscali, compresa l’assicurazione nazionale, in apparente contraddizione con gli impegni assunti durante la campagna elettorale. 

A trasformarsi in una vera e propria crisi politica è stato però l’affare Peter Mandelson. Considerato uno dei più stretti collaboratori di Starmer, era stato nominato ambasciatore britannico negli Stati Uniti.

Lo scandalo è esploso quando sono emersi i suoi rapporti con Jeffrey Epstein e il fatto che il suo nulla osta di sicurezza fosse stato concesso nonostante le riserve espresse dagli organismi competenti. Inizialmente il governo aveva difeso la procedura di nomina, sostenendo che fosse avvenuta nel pieno rispetto delle regole, successivamente è emerso che alcune informazioni cruciali erano state ignorate dal Foreign Office. 

Le conseguenze sono state devastanti. Mandelson è stato rimosso dall’incarico nel settembre 2025 e arrestato alcuni mesi dopo. Lo scandalo ha travolto anche i vertici dell’esecutivo: nel febbraio 2026 si è dimesso il capo di gabinetto Morgan McSweeney, ritenuto uno dei principali sostenitori della nomina, mentre ad aprile ha lasciato l’incarico anche Olly Robbins, il più alto funzionario del ministero degli Esteri.

Per molti osservatori, il caso Mandelson ha segnato il punto di non ritorno della leadership di Starmer. 

Nel frattempo, cresceva la pressione politica esercitata da Reform UK di Nigel Farage. Il partito anti-immigrazione ha costruito la propria ascesa denunciando l’incapacità del governo di fermare gli attraversamenti della Manica. Nonostante l’inasprimento delle politiche migratorie e delle regole per ottenere la residenza permanente, gli arrivi hanno continuato a mantenersi su livelli elevati.

Il successo di Reform UK alle elezioni locali del maggio 2026, con circa 1.500 seggi conquistati e altrettanti sottratti ai laburisti, ha alimentato le richieste di cambiamento all’interno del partito e ha contribuito ad accelerare la crisi della leadership. 

Anche il dossier Difesa si è trasformato in una fonte di difficoltà. Pur insistendo sulla necessità di rafforzare le capacità militari britanniche di fronte alla crescente minaccia russa, il governo non è riuscito a presentare il piano di investimenti promesso.

La situazione è precipitata con le dimissioni del Segretario alla Difesa John Healey e del ministro delle Forze Armate Al Carns. Nella sua lettera di addio, Healey ha accusato il governo di non essere stato in grado di mobilitare le risorse necessarie per garantire la sicurezza nazionale, infliggendo un ulteriore colpo alla credibilità dell’esecutivo. 

Sul piano internazionale, Starmer ha inoltre visto deteriorarsi il rapporto con il presidente statunitense Donald Trump: nei primi mesi della nuova amministrazione Usa sembrava essersi consolidata una relazione privilegiata tra Londra e Washington, ma le tensioni sono poi esplose con la guerra israelo-statunitense contro l’Iran.  

Le riserve espresse dal governo britannico e il rifiuto iniziale di consentire l’utilizzo di basi militari britanniche da parte delle forze statunitensi hanno provocato una dura reazione della Casa Bianca. Trump ha criticato pubblicamente Starmer, arrivando a dichiarare che “non abbiamo a che fare con Winston Churchill”, e ha bloccato la finalizzazione dell’accordo per la restituzione delle Isole Chagos alle Mauritius.  

L’episodio più umiliante è arrivato quando il presidente statunitense ha anticipato sul proprio social network l’annuncio delle dimissioni del primo ministro britannico, costringendo di fatto Downing Street a confermare la notizia poche ore dopo.  

Starmer lascia dunque il governo in una fase particolarmente delicata. Sul piano internazionale il Regno Unito è impegnato, insieme alla Francia, nella definizione delle future garanzie di sicurezza per l’Ucraina e nelle iniziative occidentali per la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz. Le sue dimissioni rischiano inoltre di complicare il vertice tra Unione Europea e Regno Unito previsto per il 22 luglio.  

La presidente della Commissione Wuropea Ursula von der Leyen ha salutato il leader uscente con parole particolarmente calorose, affermando che “ci vogliono anni a molti leader per crescere fino a diventare lo statista che tu sei diventato in soli due anni”. Tuttavia, Bruxelles ha già fatto sapere che, alla luce dell’imminente cambio di leadership a Londra, il summit sarà oggetto di una rivalutazione con il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa e con le autorità britanniche. 

La fine dell’era Starmer arriva così al termine di una parabola politica sorprendentemente rapida: dalla vittoria schiacciante del 2024 alla rinuncia alla leadership in meno di due anni, travolto da una combinazione di difficoltà economiche, scandali politici, tensioni internazionali e crescente sfiducia dell’elettorato.