BAGHDAD - Si chiude definitivamente, dopo ventitré anni, la presenza militare statunitense in Iraq, un capitolo interrotto soltanto dal ritiro del 2011 e dal successivo ritorno nel 2014 per contrastare l’avanzata dell’Isis.
Gli ultimi reparti e mezzi hanno lasciato la base di Erbil, nel Kurdistan iracheno, sancendo la fine dell’operazione Inherent Resolve e segnando una svolta storica accolta con favore dalle autorità locali ma accompagnata da forti timori per i vuoti di sicurezza e il ruolo delle milizie filoiraniane.
“Oggi, gli Stati Uniti e i nostri partner della Coalizione hanno formalmente concluso l’Operazione Inherent Resolve in Iraq, in conformità con la dichiarazione congiunta Usa-Iraq del settembre 2024 e con gli interessi nazionali degli Stati Uniti”, ha annunciato il Pentagono per voce del portavoce capo Sean Parnell.
Il completamento dell’evacuazione applica gli accordi definiti nel settembre 2024 dall’amministrazione Biden e confermati a luglio dal presidente Donald Trump, che ricevendo alla Casa Bianca il primo ministro iracheno Ali al-Zaidi aveva dichiarato: “Non pensiamo di avere più bisogno dei militari lì“.
La forza statunitense, scesa dai circa 170.000 soldati del culmine della guerra nel 2007 ai 2.500 degli ultimi anni, viene ora in gran parte ridislocata in Giordania e in altri Paesi della regione, da cui Washington manterrà capacità di sorveglianza e intelligence.
Il legame non si interrompe del tutto: i Marines rimarranno a protezione delle rappresentanze diplomatiche, mentre i “contractor” continueranno a supportare l’Iraq nella manutenzione degli F-16 e di altri asset militari.
Per Baghdad il 30 settembre assume una forte valenza politica. Il portavoce del comandante in capo delle Forze armate, Sabah al Numan, ha sottolineato che, completato il ritiro, “non resterà un solo soldato straniero” sul territorio nazionale.
Per celebrare la piena restituzione della sovranità, l’esecutivo ha proclamato il 1° ottobre come “Giornata della Sovranità“, definita dai capi dei poteri esecutivo, legislativo e giudiziario come “un’occasione nazionale che afferma il completamento del percorso dell’Iraq verso la sovranità e consolida la presenza dello Stato e delle sue istituzioni”.
Durante la cerimonia ufficiale, il primo ministro Ali al-Zaidi ha dichiarato: “È cominciata una nuova fase, definita dalla sovranità dell’Iraq, dalla solidità delle sue istituzioni, dalla prontezza delle sue forze, dall’unità decisionale e da una partnership equilibrata con i suoi alleati”.
Tuttavia, il governo deve ora affrontare il nodo cruciale delle fazioni armate non statali. Nel documento istituzionale si ammonisce che “la presenza di armi al di fuori dell’autorità statale deve essere affrontata nel rispetto delle tempistiche stabilite dal governo, in modo da rafforzare la sovranità dello Stato”.
Sebbene l’esecutivo avesse inizialmente fissato al 30 settembre il termine per il disarmo, la complessità dei negoziati ha costretto a revocare la scadenza, facendo slittare il processo verso una regolamentazione che potrebbe protrarsi fino alla metà del 2027.
La questione alimenta forti divisioni. il segretario alla Difesa Usa Pete Hegseth, incontrando Zaidi a luglio, aveva ricordato che tra febbraio e aprile le milizie filoiraniane avevano compiuto oltre 600 attacchi contro obiettivi e cittadini statunitensi.
Se alcune fazioni hanno accettato di dialogare, altre resistono apertamente. La potente milizia Kataeb Hezbollah, pur definendo il ritiro delle truppe straniere “un primo passo verso il raggiungimento della piena sovranità“, ha rivolto pesanti minacce a Zaidi, avvertendo che “un governo che non lavora per il bene del suo popolo verrà rovesciato con ogni mezzo possibile”.
Nonostante la proclamata vittoria sul califfato (dichiarato sconfitto territorialmente in Iraq nel 2017 e in Siria nel 2019), l’Isis continua a rappresentare una minaccia attraverso cellule clandestine attive nelle zone desertiche e montuose.
Mentre Washington ribadisce che le forze irachene e i Peshmerga curdi dispongono ormai di capacità sufficienti per gestire la sicurezza interna, nel Kurdistan cresce l’allarme per la perdita del supporto aereo e dei sistemi di difesa statunitensi, rimossi dopo mesi di attacchi con missili e droni attribuiti all’Iran e alle milizie alleate.
“Non abbiamo i mezzi per proteggere i cieli del Kurdistan”, ha ammesso in un’intervista ad Afp il comandante militare curdo Sirwan Barzani, pur confermando che le forze Peshmerga restano pronte a fronteggiare ogni minaccia grazie all’addestramento e agli armamenti forniti in questi anni dalla coalizione.
L’uscita definitiva delle truppe chiude un intervento iniziato nel marzo 2003 con l’invasione ordinata dall’amministrazione di George W. Bush, giustificata dall’accusa, poi rivelatasi infondata, che Saddam Hussein possedesse armi di distruzione di massa.
Il bilancio di oltre due decenni di conflitto è drammatico: circa 4.500 militari statunitensi hanno perso la vita, mentre sul versante iracheno le stime del progetto Costs of War della Brown University indicano tra 186.700 e 210.000 civili uccisi direttamente nelle violenze. A questi si aggiungono decine di migliaia di membri delle forze di sicurezza e combattenti avversari, per un totale complessivo compreso tra circa 281.000 e 315.000 vittime dirette. Enorme anche l’impatto economico: secondo il Wall Street Journal, Washington ha investito oltre 1.700 miliardi di dollari (pari a circa 1.498 miliardi di euro) nel corso dei ventitré anni di presenza nel Paese.