ROMA - Alberto Trentini, il cooperante italiano detenuto in Venezuela e liberato dopo oltre un anno, ha raccontato in televisione la sua prigionia e il momento in cui ha capito di essere considerato un ostaggio.
Ospite di “Che tempo che fa”, ha spiegato che solo dopo alcuni mesi il direttore del carcere disse a lui e agli altri detenuti, secondo il suo racconto, “che eravamo delle pedine di scambio”.
Trentini ha riferito di essere stato fermato in una zona del Venezuela vicina al confine con la Colombia, a un posto di blocco fisso gestito dalla polizia e dalla guardia nazionale.
In quei momenti, ha spiegato, il sentimento prevalente non era lo stupore, ma la disperazione, perché non sapeva “per cosa” sarebbe stato scambiato, né quando o se una trattativa avrebbe funzionato. Il cooperante ha aggiunto che lui e gli altri si erano illusi che, proprio perché considerati pedine di scambio, la vicenda potesse risolversi rapidamente.
Nel corso dell’intervista, Trentini ha descritto anche le condizioni di detenzione, definite “molto dure”. Nel carcere Rodeo 1, dove è stato rinchiuso per un periodo, la cella misurava due metri per quattro e aveva una turca usata anche come doccia. Dentro erano in due, e i trasferimenti da una cella all’altra avvenivano senza spiegazioni nè preavviso.
Secondo il racconto del cooperante, l’acqua per lavarsi e per la latrina era disponibile due volte al giorno, a orari variabili. Non c’erano attività ricreative e i libri erano pochissimi. A rendere più difficile la detenzione, ha detto, è stato anche il sequestro degli occhiali. In seguito, riuscì a recuperarne un paio di fortuna, sufficienti almeno per riconoscere il volto delle persone con cui parlava e per giocare a scacchi.
Trentini ha infine detto di non aver subito violenze fisiche, ma di essere stato sottoposto a pressioni psicologiche, tra le quali “lo stesso fatto di non sapere quando sarebbe finita e di non poter avere assistenza legale”.