WASHINGTON - Mentre i sondaggi segnano un momento di profonda fragilità per l’amministrazione, il dibattito a Washington si sposta dalle misure di sicurezza alla cultura politica che alimenta il conflitto. Se da un lato il presidente Donald Trump dimostra una capacità invidiabile di volgere gli eventi a proprio favore, dall’altro esperti avvertono che la sua comunicazione rischia di minare la credibilità degli stessi appelli alla riconciliazione che lancia dal podio della Casa Bianca. 

Secondo l’analista elettorale Larry Sabato, fondatore di Sabato’s Crystal Ball, il presidente è attualmente “in affondamento”, con un’approvazione che in alcuni sondaggi è scesa nella fascia bassa del 30%. I dati della CNBC confermano il punto più basso dei due mandati sia sull’economia (39%) che sulla gestione del conflitto con l’Iran (37%). 

Tuttavia, Sabato invita a distinguere tra il rumore delle defezioni di leader come Tucker Carlson e la reale tenuta della base, sottolineando come gli elettori Maga restino compatti attorno al presidente con un’approvazione che sfiora il 96-100%. Il vero segnale d’allarme arriva invece dagli elettori indipendenti, tre quarti dei quali disapprovano l’operato di Trump, e dai repubblicani tradizionali, il cui supporto è sceso al 60%. 

Nonostante il calo nei sondaggi, lo storico Gregory Alegi, docente alla Luiss, sottolinea la “grande capacità di comunicazione” di Trump. A mezz’ora dal “quasi attentato” di sabato sera, il presidente stava già riposizionando l’accaduto a proprio favore attraverso tre pilastri narrativi.  

In primo luogo, ha puntato sull’ambizione storica affermando che nella storia statunitense sparano solo ai presidenti importanti, accostandosi così implicitamente a figure come Lincoln e Kennedy. Ha poi esaltato la sicurezza tecnologica della nuova sala da ballo della Casa Bianca, descrivendola come protetta da droni e vetri antiproiettile, sebbene l’attentatore Cole Tomas Allen non avesse usato droni né sparato dall’esterno. Infine, ha tentato un recupero religioso sfruttando l’odio anti-cristiano dell’attentatore per cercare di risanare il danno d’immagine causato dai suoi recenti attacchi al Papa. 

Secondo Alegi, però, rafforzare la sicurezza non basta in un Paese dove “il disagio e le armi si incontrano troppo facilmente”. Il problema centrale risiede nella retorica della violenza: “Trump dovrebbe dare il buon esempio. Usare un linguaggio infiammatorio su Truth e nelle interviste lo rende non credibile quando fa appelli alla riconciliazione. Se continui a insultarmi, prima o poi un pugno te lo tiro: si è creato un clima in cui il pugno ha cittadinanza”. 

Per lo storico, la cultura statunitense sta scivolando verso l’accettazione del fatto che le divisioni si possano superare “sparandosi”, un dato strutturale su cui la politica rifiuta di riflettere, preferendo concentrarsi solo sull’equazione della sicurezza fisica. 

Con la prospettiva delle elezioni di metà mandato del novembre 2026 all’orizzonte, la questione del “dopo-Trump” è già aperta. Sabato indica nel Segretario di Stato Marco Rubio l’erede più credibile: “Forse lui potrebbe farcela”. Al contrario di JD Vance, la cui identità è totalmente sovrapposta a quella del presidente, Rubio ha una storia autonoma e un profilo che gli ha permesso di crescere nei sondaggi interni del CPAC dal 3% al 35%. 

Il futuro immediato di Trump dipende da due variabili: il rientro dei prezzi della benzina sotto i 3,50 dollari e la durata del conflitto. Tuttavia, il vero test saranno le elezioni di metà mandato del 2026. Se i repubblicani dovessero perdere il controllo della Camera o del Senato, la pressione per un cambio di leadership diventerebbe insostenibile.