BOLOGNA - Fabio Savi, uno dei capi della banda della Uno Bianca, nega l’esistenza di rapporti con i Servizi, protezioni esterne o livelli occulti dietro al gruppo criminale responsabile di una lunga scia di omicidi e rapine tra Emilia-Romagna e Marche.
L’ergastolano, detenuto da 32 anni e unico componente della banda a non essere stato poliziotto, torna a parlare dal carcere in un’intervista a “Quarto Grado”, in onda questa sera.
Le sue parole arrivano dopo quelle del fratello Roberto, che in una recente intervista a “Belve Crime” aveva parlato di presunti contatti del gruppo con apparati dei Servizi.
Fabio Savi smentisce questa ricostruzione. “Lo dissi già una volta: dietro all’Uno Bianca c’erano una targa, un paraurti e fanalini”, afferma, sostenendo che non ci fu alcuna protezione, né una strategia della tensione o un livello superiore.
“Protetto da chi? Non c’è nulla. Sono ancora in galera dopo 32 anni”, dice rispondendo alla domanda se avesse mai avuto la sensazione di essere coperto da qualcuno.
L’intervista sarà acquisita dalla Procura di Bologna, che ha già acquisito quella rilasciata da Roberto Savi.
I magistrati bolognesi hanno riaperto accertamenti sulla vicenda per verificare l’eventuale presenza di complici o ulteriori responsabilità. Il fascicolo è coordinato dalla procuratrice aggiunta Lucia Russo e dal pm Andrea De Feis, che intendono risentire tutti i componenti della banda. Gli interrogatori non sono ancora stati calendarizzati.
Savi contesta anche l’ipotesi di viaggi del fratello Roberto a Roma per incontrare presunti referenti esterni.
“Come poteva stare tre giorni a Roma tutte le settimane quando ci sono i turni del servizio che non lo permettevano? Come poteva avere dei contatti? Sono stati analizzati tutti i tabulati telefonici fino a dieci anni prima e non è emerso nulla”, sostiene.