WASHINGTON - I negoziati per un accordo ponte tra Stati Uniti e Iran avanzano spediti, ma il traguardo resta congelato in un limbo di veti incrociati, prudenze istituzionali e dichiarazioni bellicose.

Sul tavolo c’è il memorandum d’intesa preliminare di 60 giorni (anticipato da Axios) finalizzato a estendere il cessate il fuoco siglato l’8 aprile e a riaprire la navigazione nello Stretto di Hormuz in cambio di restrizioni al programma nucleare iraniano e di un parziale allentamento delle sanzioni.  

L’intesa, tuttavia, attende ancora il via libera formale del presidente Usa Donald Trump e della Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei. A complicare il quadro, l’agenzia iraniana Tasnim ha riferito che il testo “non è ancora definitivo” e che la bozza ha subito sostanziali modifiche nelle ultime ore. 

“Non siamo ancora al traguardo, ma siamo molto vicini”, ha commentato il vicepresidente statunitense J.D. Vance, spiegando che i negoziatori di Teheran stanno trattando in buona fede. Vance ha tuttavia ammesso che persiste il disaccordo su alcuni punti specifici, in particolare sulla formulazione del testo e sulla gestione delle scorte di uranio arricchito in possesso dell’Iran: “È difficile dire esattamente quando o se il presidente Trump firmerà”.  

Una prudenza condivisa dal Segretario al Tesoro, Scott Bessent, il quale ha avvertito che, sebbene vi siano gli ingredienti per un’intesa, l’Iran deve ancora rispettare alcune linee rosse: “Trump non accetterà mai un accordo sfavorevole per il popolo statunitense”. 

Lo stesso Donald Trump, in un’intervista a Fox News, ha confermato che la finestra temporale è ristretta, ma che gli Stati Uniti si trovano in una posizione di netta superiorità commerciale e militare: “Gli iraniani sono ottimi e astuti negoziatori, ma il loro esercito è decimato e questo ci offre una leva straordinaria per ottenere le condizioni che preferiamo, a partire da un Iran disarmato dal punto di vista nucleare. Abbiamo tutte le carte in regola perché li abbiamo sconfitti sul campo”. 

Le risposte arrivate da Teheran raggelano però gli entusiasmi della Casa Bianca.

Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha usato toni durissimi su X, avvertendo che la Repubblica Islamica “non si fida delle parole” e che non muoverà un passo finché non lo faranno gli Stati Uniti: “Non otteniamo concessioni con il dialogo, ma con i missili. Nei negoziati ci limitiamo a far capire. Il vincitore di qualsiasi accordo è colui che è meglio preparato alla guerra fin dal giorno successivo”.  

Ancor più provocatorio il commento di Ebrahim Rezaei, portavoce della commissione iraniana per la Sicurezza nazionale e la politica estera, che ha rivendicato il controllo assoluto sulle rotte petrolifere globali: “Il controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz è consolidato. Per questo i Paesi chiedono il permesso, pagano i pedaggi e transitano sotto la guida della Marina dei Pasdaran. L’unica persona che non vuole crederci è Trump, che ogni tanto manda il suo esercito ad aprire lo stretto: arrivano, prendono una batosta e tornano indietro. Invece di fare inutili chiacchiere, farebbe meglio a inchinarsi al potere degli iraniani nel Golfo Persico”. 

Mentre la diplomazia vacilla, la tensione militare resta altissima, sebbene una fonte statunitense abbia confermato alla Abc che la tregua dell’8 aprile rimane formalmente in vigore, nonostante i continui scambi di colpi delle ultime settimane.  

Nelle ultime ore si è aperto anche un fronte di guerra psicologica e disinformazione: il Comando Centrale degli Stati Uniti (CentCom) è dovuto intervenire pubblicamente su X ,per smentire con forza le notizie diffuse dai media di Teheran circa l’abbattimento di un drone statunitense nei pressi del sito nucleare di Bushehr, nel sud-ovest dell’Iran. “Nessun aereo Usa è stato abbattuto”, ha tagliato corto il comando militare di Washington, “tutti i velivoli statunitensi sono regolarmente al loro posto”.