ROMA - La docente di matematica amica della famiglia Di Vita è stata ascoltata di nuovo dagli investigatori nell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, decedute tra il 27 e il 28 dicembre per avvelenamento da ricina. 

La donna, insegnante in un istituto tecnico agrario di Riccia, in provincia di Campobasso, si è presentata ieri in questura insieme al marito, tecnico di laboratorio nella stessa scuola. Ha evitato le domande dei cronisti ed è salita negli uffici della Squadra mobile, dove è stata sentita come persona informata sui fatti. 

Nel fascicolo rientra infatti un computer dell’istituto agrario di Riccia, nel quale insegnano la professoressa ascoltata ieri e il marito, dal quale nei mesi precedenti al delitto sarebbero state effettuate ricerche proprio sulla ricina.  

Gli inquirenti avevano già svolto verifiche nell’istituto, cercando eventuali piante di ricino o tracce di lavorazione, senza trovarne. 

La Procura di Larino procede per omicidio premeditato, al momento contro ignoti.  

Gli investigatori della Squadra mobile di Campobasso, diretti da Marco Graziano, stanno ricostruendo il contesto familiare e relazionale delle due vittime, insieme agli accertamenti tecnici sulla provenienza e sulla somministrazione della ricina. 

Antonella Di Ielsi, 55 anni, e la figlia Sara, 15 anni, morirono dopo avere ingerito una proteina altamente tossica, estratta dai semi del ricino e, secondo l’ipotesi investigativa, il veleno sarebbe stato assunto tra la sera del 23 dicembre e i pasti della Vigilia e di Natale, quando la famiglia si trovò a tavola con diversi parenti. 

Il 26 dicembre, dopo un passaggio al pronto soccorso, le condizioni delle due donne precipitarono. Antonella morì il 27 dicembre, Sara il giorno successivo. 

Gli inquirenti stanno cercando di capire da dove sia arrivata la ricina – se sia stata acquistata nel dark web, oppure estratta e lavorata attraverso un procedimento chimico complesso – oltre che in quale alimento sia stata inserita e, soprattutto, da chi. 

Nel corso dell’indagine sono state ascoltate circa cento persone, tra familiari, conoscenti e persone vicine alla famiglia Di Vita, oltre allo stesso marito e padre delle vittime, Gianni, e la figlia maggiore Alice, entrambi parti lese nel procedimento. 

È stato ascoltato ancora anche Luigi, fratello di Antonella, e tra le persone già sentite figura anche un’anziana zia di 92 anni, che avrebbe preparato una torta portata in famiglia il giorno della Vigilia. 

Particolare attenzione viene riservata anche al cellulare di Alice, che avrebbe annotato alimenti consumati, presenze a tavola e sintomi, su consiglio dell’avvocato Paolo Lanese, legale della famiglia materna. 

Intanto si allungano i tempi per arrivare a una possibile svolta, dal momento che la consegna degli esiti delle autopsie è stata prorogata di un mese, fino alla fine di giugno. 

La Procura di Larino ha inoltre affidato un nuovo incarico al professor Carlo Locatelli e al professor Daniele Merli, chiamati ad affiancare il collegio dei consulenti tecnici, come specialisti in tossicologia e chimica forense. 

Gli accertamenti dovranno verificare la compatibilità delle risultanze autoptiche con l’ingestione di ricina e analizzare reperti sequestrati o acquisiti, tenendo conto della degradabilità della sostanza con il passare del tempo. 

Il movente resta ancora da definire, ma gli investigatori non escludono alcuna pista e continuano a interrogare testimoni su possibili dissidi familiari, questioni economiche, rancori personali o gelosie.