LONDRA (INGHILTERRA) - “Per superare questa situazione dobbiamo capire perché ci sono delle difficoltà. Dobbiamo cambiare. Se saremo chiari in questa analisi, avremo il potenziale per costruire un futuro molto migliore. Ma se neghiamo che esista un problema, allora quel problema resterà sempre”. Gigi Buffon indica così la strada per rilanciare l’Italia.

L’ex portiere azzurro, in una lunga intervista concessa al Guardian, torna sulle difficoltà della Nazionale, di cui ha vissuto in prima persona alcune delle pagine più amare: prima in campo, nello spareggio perso con la Svezia, poi da capo delegazione, presente anche a Zenica per la sconfitta nella finale dei play-off contro la Bosnia.

“È stata una pagina dolorosa per il calcio italiano e per me - confessa Buffon - Se mi avessero detto 12 anni fa che sarebbe successo, avrei pensato che fosse più facile vedere 1.000 alieni intorno a me piuttosto che l’Italia non qualificata a tre Mondiali consecutivi. Ma questa è la realtà”.

Secondo Buffon, alla base della crisi del calcio italiano ci sono tre fattori. “Il primo è la globalizzazione, che ha permesso a tutte le nazionali di diventare molto competitive, alzando il livello medio. In secondo luogo, fino a 15 anni fa, quando vincevamo, eravamo tatticamente superiori ai nostri avversari. Infine, abbiamo giocatori fantastici, ma ci manca il talento creativo di campioni come Roberto Baggio, Alessandro Del Piero o Francesco Totti, che ci aiutavano a fare la differenza”.

Lasciato il ruolo di capo delegazione, Buffon per il momento vuole concentrarsi soprattutto sulla famiglia. “Essere un buon padre è già un grande compito e, ovviamente, non sono stato molto presente nelle loro vite”, ammette. Il suo futuro, però, resta legato al pallone: “Il calcio è il mondo che conosco e capisco meglio. Resterò sempre in un ambiente in cui sono apprezzato e in cui posso esprimermi bene”.

Guardandosi indietro, l’ex numero uno individua due motivi d’orgoglio nella propria carriera: “La longevità e la continuità delle mie prestazioni ad alto livello. E poi il legame con i miei compagni, la nostra intesa in campo, che rappresenta uno dei modi più belli di lavorare e giocare insieme”.