ROMA - L’approvazione da parte della Camera dei Deputati dell’emendamento che modifica l’assetto della Circoscrizione Estero nell’ambito della riforma della legge elettorale apre una nuova fase del confronto politico sulla rappresentanza degli italiani residenti oltre confine. E provoca la dura reazione del Partito Democratico, che considera il voto di Montecitorio un passaggio destinato a incidere profondamente sul rapporto tra eletti e comunità italiane nel mondo.
L’emendamento approvato dalla maggioranza ridisegna, infatti, l’attuale sistema di ripartizione territoriale della Circoscrizione Estero, riducendo da quattro a due le circoscrizioni previste per l’elezione della Camera dei Deputati e introducendo, per il Senato, un’unica circoscrizione mondiale.
Si supera così il modello vigente, costruito sulla suddivisione geografica delle comunità italiane residenti all’estero. Una modifica che, secondo i promotori, mira a razionalizzare il sistema elettorale, ma che viene contestata dalle opposizioni, le quali ritengono che il nuovo impianto finisca per comprimere la rappresentanza territoriale e favorire le aree caratterizzate da un maggiore peso demografico.
Tra le voci più critiche si registra quella del deputato del Partito Democratico Nicola Carè, eletto nella Circoscrizione Asia, Africa, Oceania e Antartide, che definisce quanto avvenuto a Montecitorio “uno strappo grave”, sostenendo che “sulla Circoscrizione Estero non siamo davanti a una semplice modifica tecnica, ma a una vera e propria manomissione della rappresentanza democratica”.
Secondo Carè, la riduzione delle ripartizioni alla Camera e la trasformazione dell’intero pianeta in un unico collegio per l’elezione del Senato avrebbero come effetto quello di “cancellare i territori per condizionare chi potrà rappresentarli”, pur lasciando formalmente invariato il numero dei seggi attribuiti agli italiani residenti all’estero.
A suo giudizio, infatti, mantenere dodici parlamentari, senza garantire una rappresentanza effettivamente radicata nei territori, significherebbe conservare soltanto l’apparenza del sistema attuale, svuotandone però la funzione sostanziale.
Il deputato dem sostiene che le comunità numericamente meno consistenti rischierebbero di essere progressivamente marginalizzate, mentre i bacini elettorali più popolosi e organizzati finirebbero inevitabilmente per esercitare un peso determinante nell’elezione dei parlamentari. La conseguenza? Aree come Africa, Asia, Oceania, Nord America e altre realtà considerate strategiche per l’Italia potrebbero non riuscire più ad esprimere una rappresentanza parlamentare effettiva.
Carè sposta poi il confronto anche sul piano costituzionale, sostenendo che la riforma presenti “un serio e concreto profilo di compatibilità costituzionale”. Richiamando l’articolo 48 della Costituzione, il parlamentare osserva infatti che il diritto di voto degli italiani residenti all’estero non può limitarsi alla possibilità formale di ricevere ed esprimere una scheda elettorale, ma deve tradursi nella concreta effettività della rappresentanza.
Secondo la sua interpretazione, qualora un elettore residente in Australia si trovasse a competere nello stesso collegio con milioni di cittadini distribuiti nei diversi continenti, senza più poter contare su una rappresentanza legata alla propria area geografica, verrebbe meno proprio quel principio di effettività che la Costituzione tutela.
A sostegno della propria posizione, Carè richiama anche la giurisprudenza della Corte costituzionale, ricordando come le leggi elettorali non possano sacrificare in maniera irragionevole la rappresentatività delle assemblee elettive e la concreta possibilità per gli elettori di incidere sulla scelta dei propri rappresentanti.
Il deputato attribuisce inoltre alla riforma una precisa finalità politica. A suo parere il centrodestra, non essendo riuscito a consolidare consenso in alcune aree del mondo, abbia scelto di intervenire sulle regole del sistema elettorale per riequilibrare a proprio favore la competizione.
Conclude ribadendo infine l’auspicio che il Senato elimini la norma approvata dalla Camera e ripristini l’attuale articolazione in quattro ripartizioni territoriali, preannunciando, in caso contrario, un’opposizione sia sul piano parlamentare sia su quello costituzionale.
Dello stesso tenore sono le dichiarazioni del senatore Francesco Giacobbe, altro eletto nella ripartizione Africa-Asia-Oceania-Antartide, che interpreta il voto della Camera come una scelta diretta contro la rappresentanza degli italiani residenti in vaste aree del mondo. “La maggioranza ha deciso di colpire la rappresentanza democratica degli italiani residenti all’estero, scegliendo di comprimere la voce di milioni di nostri connazionali”, afferma il senatore, secondo il quale l’approvazione dell’emendamento costituisce “una scelta gravissima”.
Giacobbe individua come principali destinatari delle conseguenze della riforma le comunità italiane presenti in Asia, Africa, Oceania e Antartide, sostenendo che l’accorpamento di continenti profondamente diversi finisca inevitabilmente per allontanare gli eletti dai cittadini e rendere ancora più debole la capacità di rappresentare efficacemente territori caratterizzati da esigenze differenti. A suo giudizio, il nuovo impianto elettorale favorirebbe gli apparati dei partiti a discapito degli elettori, riducendo ulteriormente il rapporto diretto tra parlamentari e comunità di riferimento.
Il senatore conclude con un messaggio rivolto alla maggioranza, affermando che quanti hanno sostenuto l’emendamento “hanno votato contro la rappresentanza degli italiani di Asia, Africa, Oceania e Antartide” e aggiungendo che questa scelta sarà ricordata sia dalle forze politiche di opposizione sia dagli stessi italiani residenti all’estero quando saranno nuovamente chiamati alle urne.