ROMA - Il decreto sicurezza approvato venerdì dal Senato contiene un emendamento della maggioranza che introduce un compenso per l’avvocato che assiste un migrante nella procedura di rimpatrio volontario.  

La novità, contenuta nell’articolo 30-bis del provvedimento, prevede un incentivo di 615 euro - pari al contributo economico riconosciuto al migrante - che sarà erogato “ad esito della partenza dello straniero”. Per il triennio 2026-2028 sono già stati stanziati 246mila euro per il primo anno e 492mila per ciascuno dei due successivi. 

La norma ha scatenato un fronte compatto di critiche da parte delle istituzioni forensi e delle opposizioni. Il Consiglio nazionale forense (Cnf) ha preso ufficialmente le distanze, denunciando di non essere mai stato informato del proprio coinvolgimento nel procedimento.  

“Né prima della presentazione dell’emendamento, né durante il suo iter parlamentare, né dopo la sua approvazione”, si legge nella nota, in cui si chiede al Parlamento di intervenire per eliminare ogni suo coinvolgimento, sottolineando che le attività previste “non rientrano tra le proprie competenze istituzionali”. 

L’Organismo congressuale forense, che rappresenta sindacalmente l’avvocatura italiana, ha proclamato lo stato di agitazione. La norma, spiega una nota, “non solo lede il diritto di difesa effettiva dell’individuo, ma addirittura stravolge il ruolo e la funzione dell’avvocato”.  

Il compenso subordinato all’esito del rimpatrio, infatti, contrasterebbe il principio secondo cui il difensore dovrebbe essere “privo di interessi rispetto alle scelte da adottare nella difesa dell’assistito” e la libertà da qualunque potere che deve caratterizzare l’attività difensiva. 

Anche l’Associazione nazionale magistrati (Anm) ha espresso “sconcerto”, condividendo le preoccupazioni dell’avvocatura.  

“Il riconoscimento di incentivi economici connessi all’esito della procedura pone questioni che mettono a rischio l’effettività della tutela giurisdizionale”, si legge in una nota, spiegando che la norma “collega il premio all’insuccesso della strategia difensiva, in contrasto con la logica, prima che con il diritto”.  

La Giunta dell’Unione delle Camere penali ha definito la previsione “incompatibile con la Costituzione e con i principi più elementari della deontologia forense: l’avvocato non può essere pagato per ottenere l’esito voluto dallo Stato”. 

Anche in Parlamento, le opposizioni hanno attaccato duramente. Debora Serracchiani, responsabile Giustizia del Partito Democratico, ha parlato di “una vergogna normativa che lede la stessa dignità dei professionisti”.  

Riccardo Magi, segretario di Più Europa, ha dichiarato: “Siamo a un passo dall’Ice di Trump. Praticamente una taglia tipo selvaggio West, dove i diritti sono calpestati. Totalmente incostituzionale”. 

Nel frattempo, resta alta l’attenzione del Quirinale, dove il presidente della Repubblica - secondo fonti istituzionali - segue la vicenda con attenzione e potrebbe non firmare il decreto senza modifiche.  

Il provvedimento deve essere convertito entro il 25 aprile, pena la decadenza.