ISLAMABAD – Il destino dei colloqui di pace tra Iran e Stati Uniti resta incerto a pochi giorni dalla scadenza della tregua di due settimane, mentre segnali contrastanti continuano a frenare il processo diplomatico.

Teheran sta valutando se partecipare ai negoziati previsti in Pakistan, ma non ha ancora preso una decisione definitiva.

Un alto funzionario iraniano ha riferito che il nodo principale resta il comportamento americano. Il ministro degli Esteri Abbas Araqchi ha parlato apertamente di “continue violazioni del cessate il fuoco” da parte di Washington, indicando questo elemento come uno degli ostacoli principali alla ripresa dei colloqui. In una conversazione con il collega pakistano Ishaq Dar, Araqchi ha ribadito che l’Iran sta ancora valutando come procedere.

La tensione si riflette anche nei toni politici. Il capo negoziatore iraniano Mohammad Baqer Qalibaf ha accusato il presidente statunitense Donald Trump di aumentare la pressione attraverso il blocco navale e le azioni militari, chiarendo che Teheran non accetterà negoziati “sotto minaccia”.

La tregua, annunciata il 7 aprile, arriva al termine di settimane di scontri che hanno causato migliaia di vittime e scosso l’economia globale, in particolare i mercati energetici. Il cessate il fuoco appare fragile, soprattutto dopo il sequestro da parte degli Stati Uniti di una nave iraniana che avrebbe tentato di aggirare il blocco marittimo. Teheran ha promesso una risposta.

Washington spinge per un accordo rapido, anche per evitare nuove impennate dei prezzi del petrolio e ulteriori turbolenze finanziarie. Dal canto suo, l’Iran punta a sfruttare il controllo dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per una quota rilevante delle forniture energetiche mondiali, per ottenere concessioni: alleggerimento delle sanzioni e margini di manovra sul programma nucleare.

A complicare ulteriormente il quadro, il vicepresidente statunitense JD Vance non è ancora partito per Islamabad, smentendo le ipotesi di un avvio imminente dei negoziati. Non è chiaro nemmeno quale tipo di accordo possa emergere in tempi così ristretti.

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha definito “contraddittori” i segnali provenienti dagli Stati Uniti, accusandoli di voler imporre una resa. “Gli iraniani non si piegano alla forza”, ha scritto.

Intanto il Pakistan si prepara comunque a ospitare i colloqui, con circa 20mila agenti dispiegati nella capitale. Ma senza un cambio di rotta da entrambe le parti, la finestra diplomatica rischia di chiudersi rapidamente, con il conflitto pronto a riaccendersi.