ISLAMABAD - Mentre i primi “sherpa” delle delegazioni statunitense e iraniana sono già atterrati a Islamabad per preparare il terreno, il clima intorno al secondo round di colloqui di pace appare quanto mai teso. Il presidente Donald Trump ha riacceso la miccia della retorica bellica rivendicando il successo dell’operazione “Martello di Mezzanotte”, mentre Teheran, pur confermando segnali di apertura, avverte che non negozierà “sotto minaccia”.
In un post su Truth Social, Trump ha dichiarato che l’aviazione statunitense ha completato la distruzione totale dei siti nucleari iraniani, rendendo ogni tentativo di ripristino un processo “lungo e difficile”. Il Presidente ha poi inasprito i toni durante un intervento al The John Fredericks Show, lanciando un ultimatum chiaro: “L’Iran negozierà, e se non lo farà vedrà problemi come non ne ha mai visti prima”. L’obiettivo minimo per Washington resta invalicabile: una rinuncia definitiva e verificabile a qualsiasi arma atomica.
La replica dell’Iran non si è fatta attendere. Il Presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha accusato Trump di usare il blocco navale e le minacce per trasformare il tavolo negoziale in un “tavolo di resa”. Teheran ha inoltre smentito che la propria delegazione ufficiale sia già partita, sottolineando di aver preparato “nuove carte” da giocare sul campo di battaglia se la diplomazia dovesse fallire. Nel frattempo, i media di Stato iraniani celebrano il successo della petroliera Sili City, che sarebbe riuscita a violare il blocco navale nello Stretto di Hormuz rientrando in acque territoriali iraniane dopo una missione in Indonesia.
Nonostante l’arrivo dei diplomatici, restano tre ostacoli principali che rischiano di far naufragare i colloqui. Il primo riguarda le scorte di uranio: Trump sostiene che Teheran abbia accettato di trasferire negli Stati Uniti i suoi 400 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, ma l’Iran definisce la richiesta irricevibile e chiede in cambio lo sblocco di oltre 20 miliardi di dollari.
Un secondo punto critico è la moratoria all’arricchimento, con gli Stati Uniti che propongono uno stop di 20 anni a fronte di una controproposta iraniana di soli 5 anni, motivata dal rifiuto di diventare un’eccezione al diritto internazionale. Infine, rimane il nodo del controllo di Hormuz, dove l’Iran minaccia di istituire un pedaggio permanente per il passaggio delle navi nello Stretto, una misura che Washington considera un atto di ostilità inaccettabile.
Dall’Europa giunge un pressante invito alla moderazione. Il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, ha esortato Teheran a cogliere la “mano tesa” di Washington e a inviare la delegazione a Islamabad per negoziare in modo costruttivo. “Esiste ancora una finestra di opportunità per porre fine a questa guerra”, ha dichiarato Wadephul dal Consiglio Esteri a Lussemburgo, sottolineando che il vicepresidente JD Vance è pronto al dialogo.