DIJON – Tra esilio e appartenenza, destino e libero arbitrio, realtà e visione, La vie de l’autre (“la vita dell’altro”, Le Lys Bleu Éditions) si configura come un romanzo che attraversa i confini dell’identità e della percezione.

È un’opera che interroga il senso del viaggio interiore, il rapporto con la morte e la possibilità di riconoscersi nell’altro, muovendosi tra piani narrativi molteplici e sfuggenti.

Ai microfoni de Il Globo, Vincenzo Cirillo si racconta con la stessa densità e tensione poetica che attraversano il suo ultimo lavoro, offrendo uno sguardo sulle origini e sulle intenzioni di un progetto letterario che affonda le radici tanto nella letteratura quanto nel teatro, linguaggio originario dell’autore.

Artista poliedrico, originario di Pisa, Cirillo porta con sé un percorso segnato dalla sperimentazione: dalla regia teatrale alla fotografia, fino alla fondazione di Ombra di Peter, realtà nata come compagnia teatrale e oggi anche promotrice dell’Italiart di Dijon. 

Fin dalle prime battute dell’intervista, Cirillo chiarisce la natura sfuggente del suo libro: “Passato, presente e futuro”. Tre coordinate tanto temporali quanto strutturali. La vie de l’autre si muove, infatti, in un sistema narrativo che richiama la molteplicità degli spazi-tempo, con un esplicito riferimento alla fisica quantistica. Il risultato è un racconto in cui i piani della realtà si sovrappongono e si interrogano reciprocamente.

Al centro della narrazione si colloca la figura di un poeta, Pietro Paolo (nome che richiama insieme la tradizione religiosa e la modernità pasoliniana) la cui identità è già di per sé una sintesi e una frattura. Nato all’estero da genitori italiani emigrati, il protagonista incarna una condizione di sradicamento originario. Non ha mai conosciuto la terra d’origine, se non attraverso la lingua.

La biografia del personaggio si intreccia con la storia politica del Paese in cui vive: una democrazia trasformata in dittatura, che impedisce ai genitori di tornare in Italia. Da questa eredità nasce una figura sospesa, che diventa improvvisamente simbolo rivoluzionario senza aver mai cercato quel ruolo. Il punto di rottura è un articolo di denuncia: “Da eroe nazionale diventa il nemico numero uno”. È qui che prende forma l’esilio, ma anche il vero motore del romanzo: il viaggio.

Non un viaggio geografico, però, o almeno non solo. “Il tema centrale è il viaggio interiore”, afferma l’autore, precisando che si tratta dell’unico viaggio da cui non si torna uguali. L’approdo in Italia rappresenta allora un tentativo di ricongiungimento con una parte perduta di sé, “l’altro se stesso”, ma anche l’ingresso in una dimensione narrativa in cui identità, memoria e percezione si frantumano.

Il romanzo si costruisce, infatti, su una costante ambiguità ontologica. Realtà, sogno e aldilà convivono senza gerarchie, mentre il protagonista si moltiplica in diverse figure: il poeta, il suo doppio, lo scrittore che lo racconta. “Non si capisce mai fino in fondo cosa sia reale e cosa no”, ammette Cirillo. Il lettore è guidato, distingue i piani, ma non può mai stabilire una verità definitiva.

Questa instabilità è rafforzata da una serie di incontri e apparizioni che oscillano tra il simbolico e il visionario: un filosofo-profeta considerato folle, un cane parlante, esperienze liminali come quella della propria morte osservata dall’esterno. Tuttavia, ciò che potrebbe apparire fantastico non rompe mai la coerenza interna del racconto. Al contrario, contribuisce a costruire una logica altra, dove il dubbio diventa metodo.

“La follia è relativa”, osserva Cirillo, suggerendo una delle chiavi interpretative del libro. I personaggi che vedono oltre, dunque che anticipano, che intuiscono, vengono emarginati perché non conformi. In questo senso, il romanzo si apre anche a una riflessione sociale sulle strutture di potere, sulle dinamiche dell’obbedienza, ma anche sull’alienazione di chi esegue ordini senza interrogarsi, riferendosi a figure come giudici e militari.

Ma è forse nel rapporto con il destino che La vie de l’autre trova il suo nucleo più radicale. Il protagonista non cerca di opporsi agli eventi,“si lascia trasportare”, accetta il proprio percorso come qualcosa di già scritto. Una visione che potrebbe apparire fatalista, ma che viene ribaltata da un’altra convinzione centrale: la morte non esiste. “È un lungo sonno”, afferma Cirillo attraverso il suo personaggio. Da qui nasce un paradosso: se la fine non è definitiva, allora il destino perde la sua dimensione tragica e diventa esperienza da attraversare.

A questa dimensione si affianca una riflessione quasi metafisica sul desiderio e sull’attrazione: ciò che si pensa, ciò che si teme, ciò che si invoca sembra avere la capacità di materializzarsi. “Tu chiedi la gioia e la gioia viene… chiedi la sfortuna e la sfortuna viene”, afferma l’autore, introducendo una tensione tra determinismo e volontà che attraversa tutto il romanzo.

Dal punto di vista stilistico, La vie de l’autre si distingue per una scelta linguistica precisa. Cirillo rifiuta la semplificazione contemporanea per costruire una lingua “bella anche da ascoltare”, evocativa. Il risultato è un testo che si avvicina alla forma del poema in prosa, dove il ritmo e l’immagine contano quanto la narrazione.

Non a caso, molti lettori, racconta l’autore, sottolineano la dimensione visiva del libro: “Vedo tutto, vedo le scene”. Le descrizioni dei luoghi contribuiscono, infatti, a questa resa cinematografica, creando un paesaggio che è insieme concreto e simbolico.

Il titolo stesso, La vie de l’autre, resta volutamente aperto. “L’altro può essere il doppio di sé, ma anche il prossimo”, spiega Cirillo. È una categoria fluida, in cui il lettore è chiamato a riconoscersi. Non esiste un’unica interpretazione, ciascuno può trovare il proprio riflesso in un personaggio diverso, dal poeta al folle, fino al cane.

È forse proprio questa apertura a rendere il romanzo un’esperienza più che una semplice lettura. “Non è un libro che puoi leggere con leggerezza”, sottolinea l’autore. “Devi fermarti a riflettere”.

Attualmente disponibile in lingua francese nei Paesi francofoni, La vie de l’autre chiede al lettore un coinvolgimento attivo. Del resto è un libro che, come suggerisce il titolo, finisce per parlare sempre - inevitabilmente - di tutti noi.