MOSCA - Il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato una tregua di due giorni nel conflitto in Ucraina in coincidenza con le commemorazioni del Giorno della Vittoria, la ricorrenza con cui Mosca celebra la sconfitta della Germania nazista nella Seconda guerra mondiale.
Secondo il ministero della Difesa russo, Mosca si aspetta che anche Kiev rispetti la sospensione delle ostilità. Nello stesso comunicato, però, la Russia ha minacciato una massiccia rappresaglia missilistica contro il centro della capitale ucraina nel caso in cui l’Ucraina tentasse di disturbare le celebrazioni previste a Mosca.
Il ministero ha sostenuto che, pur avendo le capacità per compiere simili attacchi, la Russia si sarebbe finora astenuta “per ragioni umanitarie”. Ha poi avvertito la popolazione civile di Kiev e il personale delle missioni diplomatiche straniere della necessità di lasciare la città in tempo utile, nel caso in cui la tregua non venisse rispettata.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha risposto annunciando che l’Ucraina introdurrà un cessate il fuoco a partire dalla mezzanotte tra il 5 e il 6 maggio, quindi prima della finestra indicata da Mosca. “Crediamo che la vita umana valga molto più di qualsiasi celebrazione anniversaria”, ha scritto su X. Zelensky ha aggiunto che è tempo che la leadership russa compia passi reali per mettere fine alla guerra.
Il Cremlino aveva già indicato che una possibile tregua, discussa anche nei colloqui tra il presidente russo e quello statunitense, avrebbe potuto includere il 9 maggio, giorno centrale delle celebrazioni sulla Piazza Rossa. La parata militare resta uno dei momenti simbolici più forti del calendario politico russo e, dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, ha assunto un valore ancora più marcato nella narrazione del Cremlino.
L’annuncio, tuttavia, non equivale a un vero negoziato di pace. Si tratta di una pausa limitata, circondata da minacce e sospetti reciproci. La prova sarà sul terreno: se le armi taceranno davvero, anche solo per poche ore, o se la tregua resterà un gesto politico legato più alla scena interna russa che a una reale svolta diplomatica.