MILANO - Venticinque anni fa, l’8 ottobre 2001, l’aeroporto di Linate fu teatro di uno dei più gravi disastri aerei della storia italiana.  

Nella fitta nebbia del mattino, un Cessna entrò sulla pista di decollo e si scontrò con un MD87 della compagnia svedese Sas, diretto a Copenaghen. 

L’impatto avvenne mentre l’aereo di linea stava decollando. Il Cessna venne disintegrato, mentre il velivolo Sas uscì di pista, attraversò il prato e si schiantò contro un capannone della Sea, dove alcuni dipendenti stavano lavorando allo smistamento dei bagagli. 

Il bilancio fu di 118 vittime: morirono tutte le 110 persone a bordo dell’MD87, i quattro occupanti del Cessna e quattro dipendenti Sea che si trovavano nell’edificio colpito. 

Fin dai primi accertamenti emerse che il piccolo velivolo aveva attraversato la pista principale nel momento in cui l’MD87 era in fase di decollo. La torre di controllo, a causa della nebbia, non poteva vedere direttamente i movimenti degli aerei a terra. 

Le indagini si concentrarono subito sulle comunicazioni tra i piloti e la torre, sul percorso seguito dal Cessna e sul funzionamento delle segnalazioni luminose. Al centro delle verifiche finì anche l’assenza del radar di terra, inattivo da mesi per lavori, strumento che avrebbe potuto monitorare i movimenti dei velivoli sulle piste. 

Il piccolo aereo, un Citation 2, era partito dal settore dei voli privati Ata e avrebbe dovuto raggiungere Parigi per un volo dimostrativo. A bordo c’erano due piloti tedeschi e due passeggeri italiani. 

Dopo lo schianto, l’incendio provocato dal carburante rese ancora più difficile l’intervento dei soccorritori e il recupero delle salme. La scena venne descritta dagli inquirenti come “apocalittica”. 

L’incidente di Linate resta il più grave nella storia dello scalo milanese e uno dei simboli più dolorosi delle carenze nella sicurezza aeroportuale italiana.