WASHINGTON - Donald Trump torna a rivendicare con forza il premio Nobel per la Pace 2026, sostenendo di meritarlo per la sua azione diplomatica ma ammettendo al contempo forti dubbi sulle reali intenzioni dei giudici di Oslo.
Parlando ieri dal Fondo Ovale della Casa Bianca, alla vigilia dell’annuncio ufficiale previsto per venerdì da parte del Comitato Nobel norvegese, il presidente statunitense ha dichiarato: “Ho risolto otto conflitti e ho evitato, forse, la distruzione totale del mondo, perché l’Iran non avrà mai un’arma nucleare. E questa è una cosa positiva, molto positiva”.
Il capo della Casa Bianca ha poi aggiunto un avvertimento diretto alle autorità di Oslo, affermando che non assegnargli il riconoscimento rappresenterebbe un “grande discredito” per il comitato stesso.
Nonostante sia incluso nella rosa dei 287 candidati ufficiali di quest’anno, Trump ha confessato ai giornalisti le sue perplessità riguardo all’esito finale: “Non so quale sarà la loro decisione”, ha ammesso riferendosi al premio. I membri del comitato, ha sottolineato, “hanno la fama di non darlo a persone (come lui ndr)”.
Fin dal suo ritorno alla Casa Bianca lo scorso anno, il presidente ha ripetutamente sostenuto di essere il legittimo aspirante al riconoscimento più prestigioso del mondo. “È giunta l’ora”, ha scandito di fronte ai cronisti, per poi aggiungere: “Ma sono stato molto onorato di riceverlo indirettamente la volta scorsa dalla vincitrice, che ha detto che nessuno nella storia lo merita più del presidente Trump”.
Il riferimento è alla leader dell’opposizione venezuelana María Corina Machado (vincitrice dell’edizione 2025) che a gennaio ha consegnato a Trump la propria medaglia d’oro nel tentativo di ottenere il sostegno degli Stati Uniti per la sua causa in Venezuela, un gesto che aveva spinto l’Istituto Nobel a precisare pubblicamente che il titolo continuava ad appartenere formalmente a Machado.
Per avvalorare le sue pretese, il presidente statunitense ha ricordato di essere intervenuto in ben otto teatri di crisi da quando si è insediato lo scorso anno. Inoltre, i leader di Cambogia, Israele e Pakistan hanno dichiarato di averlo nominato, sebbene non vi sia alcun modo indipendente per verificare ufficialmente tali candidature.
Tuttavia, le rivendicazioni di Trump si scontrano con una realtà geopolitica complessa: alcune delle parti coinvolte nei conflitti che Washington dichiara di aver risolto contestano il reale ruolo diplomatico svolto dal presidente Usa, mentre i combattimenti sono ripresi in diverse regioni, inclusi la Repubblica Democratica del Congo e il confine tra Cambogia e Thailandia.
Sul fronte dei grandi dossier internazionali, i risultati appaiono ancora incompleti. La risoluzione della guerra tra Russia e Ucraina continua a sfuggire a Trump, che aveva promesso di porvi fine al suo primo giorno del secondo mandato, mentre il Paese non ha ancora raggiunto la pace con l’Iran. Al contrario, dopo i raid condotti congiuntamente da Stati Uniti e Israele contro il territorio iraniano, la regione è scivolata in un conflitto a bassa intensità che dura da sette mesi, con gravi ripercussioni sulle forniture energetiche globali e un aumento del prezzo della benzina in vista delle elezioni americane di metà mandato di novembre.
Nonostante le tensioni e le pressioni politiche esercitate sul comitato di Oslo, Trump ha ribadito la propria convinzione con una battuta finale: “Che lo riceva o meno, ho fatto molto di più” degli altri presidenti. Tra i favoriti indicati dalla vigilia per la vittoria del premio di quest’anno figurano Papa Leone, la Corte Penale Internazionale e il relatore speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi.