DAMASCO - La Siria ha compiuto domenica un passo che per anni è apparso improbabile: portare davanti a un tribunale le figure del vecchio apparato di potere. La Quarta Corte Penale di Damasco ha aperto il processo contro Atef Najib, cugino dell’ex presidente Bashar al-Assad ed ex capo della sicurezza politica a Daraa. Si tratta del primo esponente della “cerchia ristretta” del regime a comparire in un’aula pubblica da quando, nel dicembre 2024, la dittatura è crollata dopo quasi 25 anni.
La prima seduta ha avuto un carattere essenzialmente tecnico, dedicato all’identificazione degli imputati e all’organizzazione delle procedure, con il giudice che ha già disposto il rinvio al 10 maggio. Nonostante la brevità, l’immagine di Najib nella gabbia degli imputati (trasmessa dall’emittente al Ikhbariya) è stata seguita con il fiato sospeso da un Paese in cerca di giustizia.
Tuttavia, il processo proietta un’immagine incompleta, a partire dall’assenza dei vertici: il nome che domina il procedimento, quello di Bashar al-Assad, non era infatti in aula poiché l’ex presidente si trova attualmente esule in Russia e viene giudicato come latitante insieme al fratello Maher Assad, all’ex ministro della Difesa e ai vertici dell’intelligence.
Al contrario, la presenza di Najib è carica di significato, essendo l’uomo accusato di aver ordinato nel 2011 l’arresto e la tortura dei bambini di Daraa che avevano scritto slogan antiregime sui muri, l’episodio che fece da miccia alla guerra civile durata tredici anni.
Mentre il processo a Najib entra nel vivo, l’opinione pubblica siriana chiede a gran voce che venga fatta luce su altri orrori. L’attenzione è rivolta ad Amjad Youssef, ufficiale dell’intelligence arrestato la scorsa settimana a Hama. Youssef è ritenuto il principale responsabile del massacro di Tadamon del 2013, dove 288 civili furono giustiziati e gettati in una fossa comune, un crimine documentato da video shock girati dagli stessi carnefici.
Il presidente ad interim, Ahmad al-Sharaa, ha ribadito su X che la giustizia resterà “uno dei valori più alti” dello Stato per garantire equità alle vittime e rafforzare la convivenza. Tuttavia, gli osservatori internazionali sottolineano le fragilità del sistema, osservando come la volontà di aprire una via istituzionale per affrontare il passato si scontri con istituzioni ancora precarie.
Per la prima volta lo Stato siriano si fa giudice del proprio passato recente, portando all’interno del Paese denunce che per anni sono state discusse solo nelle sedi Onu o nei tribunali stranieri.
A Daraa, luogo simbolo della rivolta, l’apertura del processo è stata accolta con soddisfazione e sit-in spontanei in memoria dei minori morti o scomparsi nelle carceri del regime. La sfida per la nuova Siria sarà trasformare questo inizio simbolico in un sistema operativo capace di garantire una stabilità duratura.