Forse è vero che Cuba non è un paradiso, cantava Eugenio Finardi nel 1978, alludendo alle delusioni per la rivoluzione castrista, che aveva fatto sognare un socialismo nuovo, latinoamericano, meticcio, allegro e musicale, diverso da quello grigio e triste d’oltrecortina, ma che poi aveva finito per sfociare, anche ai Caraibi, nella consueta oppressione delle libertà civili e persecuzione dei dissidenti.
Ma, se Cuba non è un paradiso, la colpa non è solo del regime che detiene il potere ormai dal 1959. La colpa è anche di quello che i cubani chiamano “El bloqueo”, l’embargo economico più lungo della storia, proclamato nel 1962 dal presidente Kennedy e mai revocato: da oltre sessant’anni il suo impatto combina effetti economici e politici, con pesanti ricadute, tanto nella vita quotidiana della popolazione quanto nelle relazioni internazionali dell’isola e persino sulla sovranità di altre nazioni, costrette ad inchinarsi al volere statunitense o pagarne le conseguenze, perché l’embargo a Cuba si estende a chiunque intrattenga relazioni commerciali con la piccola isola caraibica.
Si può certamente criticare il regime cubano per le numerose violazione dei diritti umani, ma si deve anche ammettere che i successi della rivoluzione sono incontestabili. Istruzione e sanità, che assorbono il 51% del bilancio statale, sono servizi pubblici, universali e gratuiti e l’isola vanta una delle più alte densità di medici e insegnanti al mondo. Il modello scolastico cubano ha garantito l’alfabetizzazione universale, mentre quello sanitario, diffuso capillarmente, con medici che bussano alle porte di tutte le case, è stato indicato come esempio virtuoso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dall’Unicef, con indicatori di risultato migliori di quelli USA e vicini agli standard europei.
A marzo 2020 una brigata sanitaria cubana è arrivata in Italia a dar man forte in uno dei momenti più drammatici della storia della Repubblica. La città di Crema non ha mai dimenticato la generosa dedizione di quei medici e infermieri che hanno messo a repentaglio la propria vita per gestire l’ospedale da campo allestito in città durante la prima, drammatica, fase dell’emergenza Covid. Il governo italiano, invece, sembra avere la memoria corta. “Le decisioni delle autorità cubane sono il motivo della crisi attuale”, si legge nella nota ufficiale pubblicata sul sito della Farnesina dove, con strane acrobazie argomentative, si afferma che “le conseguenze economiche e umanitarie dell’embargo sono da ascriversi alla cattiva volontà del governo cubano, che stenta ad approvare le riforme necessarie”.
Così, in modo paradossale, si addossa a Cuba la responsabilità di essere causa delle sofferenze del suo popolo, per aver mantenuto la propria sovranità senza piegarsi ai diktat della superpotenza. Non a caso l’ambasciatore USA all’ONU ha espresso grande soddisfazione per il mutamento di rotta dell’Italia e di altri paesi europei.
La posizione italiana si è così distinta da quella australiana, perché il governo di Albanese, pur criticando Cuba sulla questione dei diritti umani, non ha ceduto alle pressioni USA votando in favore della risoluzione.
Per i cubani il 2026 è stato un anno drammatico. Se nel caso del Venezuela la soluzione decisa dagli USA è stata di decapitare il governo mediante lo spettacolare rapimento del presidente e della sua consorte, per Cuba restano aperte varie opzioni, ma l’obiettivo è lo stesso: costringere l’isola a sottomettersi alla volontà della grande potenza che vede il sud del continente come il cortile di casa propria. Sotto l’impeto cinico e cattivo dall’ambizioso e spregiudicato Segretario di Stato Marco Rubio, lui stesso di origine cubana, quest’anno il governo USA ha intensificato il blocco e minacciato di gravi sanzioni i paesi che tentano di commerciare con Cuba, stringendo attorno all’isola un invalicabile cordone sanitario. Il paese vive così la crisi più grave dalla vittoria della rivoluzione e la vita è diventata insostenibile per la maggior parte della popolazione. Da un anno non arriva a Cuba un solo barile di petrolio e manca quasi sempre l’energia elettrica anche negli ospedali. La gente lotta quotidianamente per sopravvivere, i servizi non funzionano più e gli indicatori rivelano situazioni allarmanti di povertà e degrado.
Secondo MEDICUBA Europa, associazione internazionale che raccoglie fondi per sostenere la sanità cubana, l’indice di mortalità infantile nel primo anno di vita è raddoppiato, il sistema sanitario si sta degradando e i medici sono costretti a lavorare in condizioni drammatiche. Ne ha data lucida testimonianza Alessandro Di Battista, salvato da medici cubani che lo hanno operato al cervello poche settimane fa: "il neurochirurgo cubano che mi ha salvato la vita mi ha operato in condizioni drammatiche in un ospedale senza acqua né luce".
Dalla società civile mondiale arriva una denuncia forte: l’embargo colpisce indiscriminatamente l’intera popolazione cubana come una sorta di punizione collettiva e distrugge quanto di buono la rivoluzione cubana aveva saputo realizzare, senza necessariamente indebolire il regime.
La crisi umanitaria a Cuba è insomma gravissima, gli Stati Uniti ne sono i principali responsabili ma il governo italiano ha preferito dimenticare l’amicizia fra i due paesi e asservirsi alla volontà imperiale. Cuba non era un paradiso, ora è diventata un inferno.
Per fortuna è ancora viva e attiva una vasta rete di solidarietà col popolo cubano: gente qualunque impegnata a contrastare l’embargo, che raccoglie fondi per sfamare e curare i cubani. È una società civile che ha applaudito quando, dall’isola che ha inventato la rumba e il mambo, è arrivata la notizia che, nonostante tutte le difficoltà, il primo settembre le scuole hanno riaperto i cancelli e un milione e mezzo di studenti hanno riempito le aule degli oltre diecimila istituti scolastici in tutto il paese.
Una notizia che accende la speranza: Cuba ancora resiste. Ma potrà continuare a farlo solo se la solidarietà internazionale non le verrà a mancare.