WASHINGTON - A quasi un anno esatto dal vertice di Anchorage, dove il presidente statunitense Donald Trump ha ospitato l’omologo russo Vladimir Putin con l’intento di avviare un percorso verso il cessate il fuoco in Ucraina, l’iniziativa diplomatica tra Washington e Mosca appare del tutto esaurita.
L’illusione di una svolta ha lasciato il posto a un’intensificazione del conflitto e a un bilancio di vittime civili drammaticamente più alto rispetto a qualsiasi altra fase successiva ai primi mesi della guerra.
Il 15 agosto 2025, la decisione di Trump di rompere l’isolamento occidentale nei confronti di Putin, accogliendolo sulla moquette rossa della base aerea di Elmendorf-Richardson, in Alaska, aveva aperto una complessa partita diplomatica. Per mesi, la diplomazia russa ha promosso la narrazione dello “spirito di Anchorage”, un’espressione volta ad evocare un clima di distensione, un dialogo rinnovato con la Casa Bianca e una cornice negoziale condivisa per porre fine al conflitto.
I dettagli del vertice a porte chiuse sono rimasti in gran parte riservati. Mosca ha sostenuto a lungo l’esistenza di un’intesa di massima per un accordo di pace, definita dal ministro degli Esteri Serghei Lavrov, come una “proposta di compromesso”. Secondo la visione del Cremlino, l’accordo avrebbe dovuto affrontare le “cause profonde” del conflitto e porre le basi per una nuova architettura di sicurezza globale con gli Stati Uniti. Il compromesso ipotizzato da Mosca prevedeva di limitare le rivendicazioni territoriali ucraine al Donbass in cambio del riconoscimento dei nuovi confini da parte degli Usa e della revoca delle sanzioni.
Washington, pur mostrando tramite Trump una maggiore sensibilità verso le istanze russe rispetto a quelle di Kiev, ha costantemente smentito l’esistenza di un’intesa definitiva. Il segretario di Stato Marco Rubio lo ha ribadito lo scorso giugno, quando ha rivelato che, sebbene ci sia “stata una proposta in Alaska, ma non si è arrivati a un accordo”. Tali posizioni erano confluite in una bozza statunitense di 28 punti (poi ridotti a 19 dopo negoziati separati con le parti), documento che non è mai stato reso pubblico né attuato.
I successivi colloqui diretti tra Russia e Ucraina, mediati dagli Usa all’inizio del 2026, si sono arenati sul nodo territoriale: Kiev rifiuta qualsiasi cessione di territori sotto il suo controllo e richiede un cessate il fuoco immediato lungo la linea del fronte attuale, rinviando la definizione dello status territoriale alla fase negoziale.
Nel corso dei mesi, lo scenario geostrategico si è ulteriormente complicato. Dalla fine di febbraio, l’attenzione prioritaria di Washington si è spostata sulla guerra contro l’Iran. Contestualmente, la Casa Bianca ha introdotto nuove sanzioni contro la Russia e ha lasciato scadere il New START, l’ultimo trattato sul controllo degli armamenti nucleari rimasto in vigore tra le due potenze. In questo contesto, lo “spirito di Anchorage” si è progressivamente dissolto, fino a essere definitivamente sepolto al vertice Nato di Ankara dello scorso luglio.
In Turchia, il presidente Trump ha incontrato il leader ucraino Volodymyr Zelensky, ha espresso il proprio sostegno (sebbene ridimensionato poco dopo) per la concessione all’Ucraina delle licenze di produzione dei missili Patriot e ha avallato gli attacchi ucraini in profondità nel territorio russo. Infine, come ultimo affondo, il presidente Usa ha sottoscritto una dichiarazione finale che definisce la Russia “una minaccia di lungo periodo per la sicurezza euro-atlantica”.
Un’evoluzione che riflette il netto riallineamento della diplomazia statunitense e un ritorno a una postura di aperto contrasto verso Mosca. Come osservato dal quotidiano russo Nezavisimaja Gazeta: “È il momento di parlare della nascita dello spirito di Ankara al posto dello spirito di Anchorage”, a conferma di come per il Cremlino la figura di Donald Trump rappresenti ormai un’incognita politica piuttosto che una risorsa negoziale.