WASHINGTON - “Tutto l’inferno gli cadrà addosso se l’Iran provasse ad avere un’arma nucleare”. Lo ha dichiarato il presidente Usa Donald Trump parlando con i giornalisti a Evian, in Francia, nel corso di un bilaterale con l’emiro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman al Thani.  

Nonostante il tono degli avvertimenti, il tycoon si è detto fiducioso sull’andamento dei colloqui con Teheran in vista della firma ufficiale del memorandum d’intesa prevista per venerdì a Ginevra: “Si passa a una seconda fase, che credo sarà più facile”, ha assicurato, smentendo inoltre come “ridicole” le indiscrezioni su presunti investimenti statunitensi.

“Non stiamo investendo denaro, non abbiamo alcun obbligo di investire denaro in Iran – ha messo in chiaro –. Ne abbiamo il diritto se lo desideriamo, ma non stiamo investendo denaro”. 

L’ottimismo di facciata del presidente si scontra però con i pesanti dubbi dell’intelligence statunitense. Secondo quanto rivelato da Axios, la Cia ha formalmente avvertito Trump di nutrire forti perplessità sulla reale volontà di Teheran di fare concessioni sul proprio programma nucleare. John Ratcliffe, direttore della Cia, insieme al segretario di Stato Marco Rubio e al segretario alla Difesa Pete Hegseth, ha sollevato la questione in una serie di vertici ad alto livello svoltisi prima dell’annuncio dell’accordo di domenica 14 giugno.  

I report analizzati mostrerebbero una netta discrepanza tra le posizioni espresse in privato dai funzionari iraniani e i messaggi inviati ai mediatori. “Le informazioni indicano che le intenzioni iraniane non sono in linea con i loro impegni nell’ambito dell’accordo”, ha confermato una fonte interna.  

Dalla Casa Bianca, un portavoce ha smorzato i toni ricordando che “il presidente Trump ascolta tutte le opinioni su qualsiasi questione, ma tutti capiscono che è lui a prendere la decisione finale”, aggiungendo che il testo “rispetta tutte le linee rosse che l’amministrazione ha a lungo evidenziato per garantire che l’Iran non possa mai possedere un’arma nucleare, non possa mantenere il suo uranio altamente arricchito e non possa tenere in ostaggio la fornitura di energia a livello mondiale”. 

Il viaggio verso l’accordo finale entrerà nel vivo venerdì. Il vicepresidente statunitense JD Vance, affiancato dagli emissari Steve Witkoff e Jared Kushner, incontrerà a Ginevra il presidente del Parlamento iraniano Mohammad-Bagher Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, alla presenza dei mediatori di Pakistan e Qatar. L’obiettivo è siglare fisicamente l’intesa (per ora ferma a una firma digitale) e aprire una finestra negoziale di 60 giorni, prorogabili, incentrata interamente sul dossier atomico. 

Sebbene il testo in 14 punti non sia ancora pubblico, le anticipazioni indicano che il memorandum impone a Usa e Iran di “risolvere la questione dello smaltimento del materiale arricchito stoccato” e di “discutere il tema dell’arricchimento futuro e altre problemi concordati di comune accordo relative alle esigenze nucleari dell’Iran, sulla base di un quadro soddisfacente che verrà concordato nell’accordo finale”. 

Durante le trattative, Teheran congelerà le attività nucleari, mentre Washington si impegna a non varare nuove sanzioni né a schierare truppe aggiuntive nella regione. Se si giungerà a un accordo definitivo, gli Stati Uniti ritireranno le forze mobilitate per la guerra entro 30 giorni e revocheranno le sanzioni secondo un calendario prestabilito.

All’interno dell’amministrazione Trump, tuttavia, lo scetticismo resta alto: molti ritengono che l’Iran cercherà solo di prendere tempo, ma fonti della Casa Bianca precisano che Washington sarà in grado di testare la reale buona fede degli interlocutori nel giro di 2-3 settimane, interrompendo il processo prima che Teheran possa trarne effettivi vantaggi. 

Sul fronte logistico, il pre-accordo ha già avviato la rimozione del blocco navale Usa per consentire la riapertura dello Stretto di Hormuz. Il testo prevede che “l’Iran si impegnerà al massimo per garantire il passaggio sicuro e gratuito delle navi commerciali per 60 giorni”, a fronte di un totale disimpegno militare statunitense entro un mese. 

Nel lungo periodo, l’Iran avvierà un dialogo bilaterale con l’Oman e gli altri Paesi del Golfo “per definire la futura amministrazione e i servizi marittimi” nello Stretto, cercando una soluzione “in linea con il diritto internazionale applicabile e i diritti sovrani” della regione.

Restano però da chiarire le recenti indiscrezioni dei media di Teheran, che hanno evocato la possibilità di introdurre un sistema di pedaggi per le navi cargo proprio allo scadere dei primi 60 giorni. 

Un altro pilastro del documento riguarda lo sblocco dei beni iraniani congelati all’estero, formulato con formule che lasciano ampio margine di interpretazione. Gli Stati Uniti si sono impegnati a rendere tali fondi “pienamente disponibili per l’uso... al momento dell’attuazione del presente memorandum d’intesa”, applicando una logica stringente di “pagamento in base alle prestazioni”. 

Il piano prevede anche l’ipotesi di istituire un fondo da 300 miliardi di dollari destinato alla “ricostruzione e lo sviluppo economico” dell’Iran. Fonti diplomatiche sottolineano però che si tratta di un progetto vincolato a lungo termine: i flussi di denaro si concretizzeranno solo se la Repubblica Islamica smantellerà definitivamente il proprio apparato nucleare e avvierà profonde riforme interne. 

Nel corso delle dichiarazioni a Evian, Trump non ha risparmiato dure critiche al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, collegando la stabilità mediorientale anche al fronte nord di Israele. “Dev’essere più responsabile nei confronti del Libano”, ha incalzato il presidente americano. 

“Una volta il Libano era un grande Paese, con professori, dottori, avvocati; le grandi menti erano là – ha ricordato il tycoon – sono stati trattati peggio di qualsiasi altro Paese e non possono difendersi. Quindi non sono contento di quello che ha fatto Israele con il Libano e Hezbollah”.