ROMA - Quarantamila tonnellate di diesel russo dirette verso gli Stati Uniti non rappresentano una semplice operazione energetica, ma una vera e propria manovra geopolitica. Per l’ambasciatore ucraino a Roma, Ihor Brusylo, il primo carico previsto dall’intesa tra Donald Trump e Vladimir Putin equivale a meno di due ore del consumo statunitense: un contributo trascurabile per il mercato Usa, ma un segnale politico potenzialmente devastante.
“La Russia non sta cercando di vendere diesel, ma influenza”, ha avvertito il diplomatico, vedendo dietro quello che viene presentato come un conveniente accordo commerciale il tentativo del Cremlino di ridisegnare le relazioni tra le grandi potenze e marginalizzare il Vecchio Continente.
È questo uno dei passaggi più significativi del lungo e vivace confronto che ha visto protagonista Brusylo — già vicecapo dell’Ufficio del presidente Volodymyr Zelensky e da marzo ambasciatore in Italia — presso la sede dell’Associazione della Stampa Estera a Roma, in occasione del Festival della Diplomazia. A interrogarlo, davanti alla presidente dell’Associazione Patricia Thomas, sono stati soprattutto gli studenti: una platea internazionale di giovani italiani, ucraini, georgiani, moldavi, kazaki, turchi, bulgari, taiwanesi e filippini che ha trasformato l’incontro in un dibattito aperto e diretto sui temi più controversi della guerra, sul ruolo statunitense e sulle prospettive di pace.
Nel contestare la convenienza economica dell’intesa energetica tra Washington e Mosca, Brusylo ha ricordato che il carico iniziale di circa 300mila barili va confrontato con un consumo quotidiano statunitense di circa quattro milioni di barili di diesel: “Ne vale davvero la pena?”, ha domandato, lasciando intendere che la vera posta in gioco sia di natura politica.
Rispondendo alle sollecitazioni degli studenti sulle ripercussioni per l’alleanza transatlantica, l’ambasciatore ha spiegato che la strategia di Mosca punta a “spingere gli Stati Uniti fuori da questa parte del mondo”, erodendo dall’interno il legame con le capitali europee. La Russia considera l’Europa l’anello debole dell’Occidente e cerca di convincere l’amministrazione Usa a ragionare in termini di sfere d’influenza, escludendo il Vecchio Continente da ogni ruolo autonomo.
“È una trappola”, ha scandito Brusylo. “Non è un accordo commerciale, è un gioco politico”. Il rischio per Washington sarebbe quello di compromettere l’autorità e l’influenza internazionale esercitate per oltre ottant’anni, dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Ciononostante, il diplomatico ha evitato un attacco diretto a Trump, ribadendo la centralità degli Stati Uniti per qualsiasi soluzione negoziata: “La pace non è ancora possibile senza l’America”, ha affermato, sottolineando l’importanza delle risorse finanziarie, tecnologiche e industriali statunitensi e dicendosi convinto che Washington non abbandonerà la causa ucraina, che rappresenta una sfida all’intero ordine globale.
”Se nei confronti della Casa Bianca prevale la prudenza, il giudizio di Brusylo sulle responsabilità europee si fa assai più severo. “La Russia vede l’Europa come l’anello più debole”, ha osservato, spiegando come il sistema democratico basato sul consenso e sull’alternanza offra continui varchi alla propaganda del Cremlino.
A pesare è soprattutto il tempo trascorso dall’inizio dell’invasione: “L’Ucraina ha garantito all’Europa quattro anni e mezzo, quasi cinque, per prepararsi”. Un margine temporale che avrebbe dovuto permettere agli Stati europei di rafforzare la propria difesa e acquisire un’autonomia strategica reale, considerando che le risorse (in termini di capitali, competenze e capacità tecnologiche) non mancano. Ciò che difetta, secondo l’ambasciatore, è la consapevolezza che la sola forza economica non basta più a garantire influenza politica e che la sicurezza non è una voce di spesa alternativa alla prosperità, bensì la sua fondamentale precondizione.
Invitando a riflettere sulla reale capacità europea di proteggere infrastrutture, scuole e ospedali, Brusylo ha richiamato la drammatica realtà del suo Paese, dove i bambini sono costretti a studiare nei rifugi sotterranei: “Che cosa potete fare se non siete in grado di proteggere le vostre scuole e i vostri ospedali?”. Da qui l’appello a considerare la difesa europea come un obiettivo condiviso al di là del colore politico dei governi, citando Regno Unito e Germania come esempi di Paesi che stanno comprendendo la necessità non solo di riarmarsi, ma di rafforzare la propria posizione nel mondo.
Affrontando il tema delle trattative di pace, Brusylo ha ribadito che l’Ucraina è disposta a partecipare a qualsiasi formato negoziale, a patto di non accettare condizioni che la lascino esposta a nuove aggressioni: “Vogliamo che questa guerra finisca con la massima urgenza, ma non a qualsiasi costo”. Una pace duratura richiede che Kiev mantenga una capacità di difesa tale da rendere troppo onerosa per Mosca una nuova offensiva.
Di fronte alle domande sulla possibilità di cedere territori o rinunciare alle aspirazioni di adesione all’Unione Europea e alla Nato, il diplomatico ha respinto l’impostazione stessa del quesito: “L’obiettivo negoziabile è come mettere fine alla guerra. È ingiusto chiedere che cosa siamo pronti a cedere in cambio della pace in termini di territorio e di persone. Non si tratta innanzitutto di territori, ma delle persone che ci vivono. Si tratta della sovranità del Paese”.
Interpellato da uno studente georgiano sui colloqui svoltisi a Istanbul nel 2022 e sulle ricostruzioni secondo cui fu Boris Johnson a spingere Kiev a rompere le trattative, l’ambasciatore ha smentito seccamente quella che ha definito una favola: Johnson portò sostegno e incoraggiò la resistenza, senza imporre alcuna decisione. Nei negoziati di Istanbul, ha ricordato Brusylo, la Russia non dimostrò alcuna reale volontà di pace, con i rappresentanti politici di Mosca intenti a ripetere posizioni preconfezionate mentre i militari apparivano, paradossalmente, più consapevoli della realtà del campo.
Ciononostante, il diplomatico ha riaffermato che “ogni guerra deve finire con un negoziato”, evidenziando come la sfida sia creare le condizioni affinché un eventuale accordo non si riduca a una semplice tregua temporanea.
Il dibattito si è poi allargato al quadro geopolitico dell’Europa orientale. Rispondendo a una studentessa georgiana sulla sicurezza del Mar Nero, Brusylo ha evidenziato il valore strategico della cooperazione tra Ucraina, Georgia, Romania, Bulgaria e Turchia per la ripresa della navigazione civile e la tutela di un’arteria fondamentale per la sicurezza alimentare globale. Sul futuro europeo della Georgia, l’ambasciatore ha invitato a una scelta di campo chiara: “La storia dimostra che non si può restare nel mezzo”.
Ancora più netto il giudizio sulla Moldova: “Sono certo che Ucraina e Moldova appartengano all’Unione europea”. Secondo Brusylo, i due Paesi devono completare insieme il percorso di adesione. L’ingresso dell’Ucraina nell’Ue, ha aggiunto, non rappresenterebbe soltanto un beneficio per Kiev, ma una garanzia di sicurezza per l’intero blocco comunitario, grazie alle competenze militari e tecnologiche sviluppate sul campo.
Sollecitato da una giornalista taiwanese sul ruolo della Cina, il diplomatico ha riconosciuto a Pechino un’influenza sul Cremlino superiore a quella di qualsiasi altro attore, ritenendo per questo indispensabile il suo coinvolgimento negli sforzi diplomatici per favorire una visione dell’ordine mondiale fondata sulla coesistenza pacifica.
L’ultima parte dell’incontro si è concentrata sul fattore umano e sul futuro della società ucraina, definita da Brusylo una “democrazia orizzontale” la cui forza risiede nell’iniziativa dal basso e nella capacità di organizzazione dei cittadini. L’ambasciatore ha rivolto un messaggio ai giovani ucraini all’estero, auspicando il loro ritorno per mettere le competenze acquisite al servizio della ricostruzione e proponendo la nascita di una piattaforma di confronto con l’ambasciata in Italia, oltre a sviluppare sinergie nell’innovazione agricola e agroalimentare anche con il coinvolgimento della FAO.
Rispondendo a una studentessa bulgara sulla sfida più difficile del dopoguerra, Brusylo ha indicato non la ricostruzione materiale o economica, ma “la riabilitazione psicologica”: reintegrare i veterani, garantire loro opportunità lavorative, aiutare milioni di persone a ritrovare la normalità e, soprattutto, prendersi cura dei bambini.
L’ambasciatore ha raccontato dei piccoli ucraini ospitati in Italia per periodi di vacanza che si svegliano spaventati al suono dei fuochi d’artificio, scambiandoli per bombardamenti, e per i quali andare a scuola alla luce del sole rappresenta ormai un privilegio. È un’immagine che riporta il confronto alla sua urgenza essenziale: “La diplomazia tradizionale può permettersi di considerare il processo un risultato. Nel nostro caso non possiamo permettercelo”. Ogni settimana di stallo significa nuove vittime e altre città colpite; la pace rimane l’unica condizione per restituire un futuro a una generazione cresciuta troppo in fretta.