BUENOS AIRES – La marcia universitaria nazionale è ormai alle spalle, ma il conflitto tra il governo e le università pubbliche è entrato in una nuova fase.
Dopo una mobilitazione di massa in Plaza de Mayo a Buenos Aires e in diverse città del Paese, l’amministrazione di Javier Milei ha scelto di irrigidire il discorso e spostare il dibattito oltre la questione del finanziamento, la cui legge e la relativa applicazione arrivano ora davanti alla Corte Suprema.
Per i sindacati universitari, la protesta di martedì è stata “imponente”, trasversale e capace di riaccendere il conflitto politico attorno al sistema universitario. Dalla Casa Rosada, invece, l’impatto della mobilitazione è stato ridimensionato e sono state rilanciate le critiche al funzionamento delle università pubbliche.
“Si possono mettere insieme 100mila persone, un milione o cinque milioni, ma il giorno dopo il vincolo di bilancio resta lì”, ha dichiarato il sottosegretario alle Politiche Universitarie, Alejandro Álvarez, in un’intervista radiofonica successiva alla protesta.
Il funzionario ha inoltre sostenuto che la legge sul finanziamento universitario “è nata morta”, perché — secondo lui — non prevede una fonte concreta di copertura economica. Ha poi insistito sulla necessità di discutere l’accesso libero all’università, i sistemi di ammissione e i criteri di assegnazione delle risorse.
Le dichiarazioni segnano un cambio di tono rispetto ai primi mesi del conflitto universitario. Non si tratta più soltanto di una disputa su salari o fondi di funzionamento: il governo ha iniziato a mettere in discussione il modello stesso di università pubblica.
In questo contesto, Álvarez ha criticato l’esistenza di corsi con pochi studenti, ha parlato di una “distorsione” del sistema e ha sostenuto che parte del bilancio universitario finirebbe per finanziare “strutture politiche”, invece della formazione accademica.
Ha inoltre difeso nuovamente la possibilità di introdurre tasse universitarie per gli studenti stranieri con residenza temporanea, affermando che l’accesso libero comporta costi che “lo Stato deve finanziare”.
Le dichiarazioni sono state accolte negativamente da docenti, rettori e dirigenti sindacali, che interpretano la reazione del governo come un segnale di maggiore conflittualità dopo la manifestazione.
“Questo riguarda tutta la società argentina. Il governo ha toccato un tema molto sensibile”, ha affermato Pablo Perazzi, segretario generale di Feduba (il sindacato dei dipendenti dell’Università di Buenos Aires), secondo cui la mobilitazione di martedì costringerà tanto la Casa Rosada quanto diversi governatori a “intervenire sulla questione”.
Sulla stessa linea, i dirigenti di Conado e Conadu Histórica (altre due sigle sindacali universitarie) hanno sottolineato che la protesta è riuscita a riunire non solo studenti e docenti, ma anche organizzazioni sociali, pensionati, sindacati e settori politici dell’opposizione.
“Siamo uniti ad altri settori che stanno lottando. L’università non favorisce solo l’ascesa sociale, ma anche il pensiero critico”, ha dichiarato Francisca “Paquita” Staiti, segretaria generale di Conadu Histórica.
Dopo la mobilitazione, i sindacati universitari hanno già iniziato a discutere come proseguire il piano di lotta. Tra le ipotesi ci sono nuove proteste, assemblee federali e iniziative coordinate con altri settori colpiti dalle politiche di austerità.
La disputa continuerà anche sul piano giudiziario. Il conflitto sulla Legge di finanziamento universitario resta aperto dopo che il governo ha fatto ricorso contro le sentenze che ne ordinavano l’applicazione e il dossier è arrivato alla Corte Suprema.
Nel frattempo, dal sistema universitario continuano a denunciare una situazione di bilancio critica. Rettori, docenti e ricercatori segnalano il deterioramento salariale, la perdita di personale accademico, il taglio dei fondi di funzionamento e le difficoltà affrontate da ospedali universitari e organismi scientifici.
Secondo dati diffusi dalle università nazionali, il bilancio universitario è passato dallo 0,72% del Pil nel 2023 allo 0,47% previsto per il 2026. A questo si aggiunge la perdita del potere d’acquisto di docenti e personale non docente dall’inizio della gestione libertaria.
Parallelamente, specialisti e organizzazioni legate al settore educativo hanno contestato alcune affermazioni ufficiali. Un recente rapporto di Chequeado ha evidenziato che gli studenti stranieri rappresentano appena il 4,2% del totale del sistema universitario e che, senza un aggiornamento dei fondi, il bilancio universitario registrerebbe un’ulteriore riduzione in termini reali.
In questo scenario, nelle università si ritiene che la marcia di martedì non abbia chiuso il conflitto, ma abbia aperto una fase ancora più profonda di scontro politico e ideologico sul futuro dell’istruzione universitaria pubblica in Argentina.