WASHINGTON - Tra i temi caldi del bilaterale Usa-Cina, oltre ai dazi, a Taiwan e alla sicurezza in Medio Oriente, c’è un dossier che tocca da vicino una delle promesse più sentite da Donald Trump nei confronti della sua base elettorale: limitare il ruolo di Pechino nella crisi del fentanyl negli Stati Uniti. 

Fin dal suo primo mandato, il presidente ha fatto della pressione sulla Cina una priorità assoluta, chiedendo misure severe per bloccare il flusso di precursori chimici verso i cartelli messicani. Sono proprio questi ultimi a trasformare le sostanze in fentanyl, un oppioide sintetico ad altissimo potenziale di dipendenza il cui abuso ha provocato, solo nel 2025, più di 40 mila morti negli Stati Uniti. 

Nel faccia a faccia con Xi Jinping, tuttavia, Trump rischia di scontrarsi con la retorica diplomatica piuttosto che ottenere impegni concreti. Il presidente Usa arriva infatti a questo appuntamento indebolito sul piano interno: le recenti sentenze della Corte Suprema e della Corte federale del commercio internazionale hanno dichiarato illegali gran parte dei dazi punitivi imposti a livello globale, inclusi quelli contro Pechino. 

“Queste pronunce giudiziarie hanno ridotto drasticamente la leva negoziale dell’amministrazione Trump”, spiega Jonathan Czin, ex analista della Cina per la Cia e oggi ricercatore al Brookings Institution. “Non mi sorprenderebbe se la Cina facesse qualche concessione formale sul fentanyl, ma resta da vedere quale azione concreta seguirà davvero rispetto a quanto già visto in passato”. 

I negoziati bilaterali sul tema appaiono bloccati dallo scorso ottobre. Come evidenziato da Vanda Felbab-Brown, esperta del ruolo di Pechino nel narcotraffico, nell’ambito dell’ultimo accordo Xi-Trump la Cina ha di fatto superato Washington riproponendo all’amministrazione repubblicana gli stessi identici impegni che aveva già messo sul tavolo tra giugno e settembre 2024 durante la presidenza Biden. 

La pressione politica di Trump rimane comunque altissima per ragioni di consenso interno. Il miliardario usa da tempo la piaga degli oppioidi come simbolo della propria fermezza geopolitica. “Il presidente Trump ritiene Xi Jinping e la Cina responsabili di alimentare questa crisi”, ha confermato John Moolenaar, presidente della commissione speciale della Camera sulla Cina. Nel 2024, la commissione ha raccolto prove secondo cui Pechino avrebbe attivamente incoraggiato le proprie aziende chimiche a produrre ed esportare verso il Messico i precursori essenziali alla sintesi del fentanyl. 

Per incassare un successo tangibile, Trump punta a spingere Xi a introdurre norme rigide che obblighino i produttori cinesi a tracciare i clienti, verificando che le sostanze (regolamentate o meno) non finiscano nelle mani delle organizzazioni criminali. 

Dal canto suo, la Cina si presenta al tavolo con una richiesta precisa: l’esclusione dalla lista nera stilata annualmente dal Dipartimento di Stato Usa, che elenca i “principali Paesi di transito o produzione di droga illegale”. L’aggiornamento è previsto per settembre, e Pechino punta a evitare un’inclusione che la sottopone a severi controlli finanziari e doganali, accomunandola a Stati come Afghanistan, Myanmar e Venezuela.  

Per Trump, la lotta al fentanyl è un pilastro identitario fin dalla campagna elettorale del 2016, quando nei comizi del New Hampshire promise di azzerare l’epidemia di overdose, dichiarando poi nel 2017 l’emergenza sanitaria pubblica.  

Oggi, con i consensi interni in calo verticale, il presidente punta a usare il viaggio a Pechino per rilanciare la propria immagine. Sebbene sia molto probabile che la macchina comunicativa della Casa Bianca magnificherà i risultati parlando di accordi storici, Trump avrà l’assoluta necessità di mostrare alla base Maga impegni scritti e verificabili.