WASHINGTON - Un drammatico botta e risposta militare sta infiammando il Medio Oriente. Stati Uniti e Iran continuano a colpirsi reciprocamente, contendendosi il controllo strategico dello Stretto di Hormuz. Il vitale corridoio per il trasporto globale di petrolio è diventato il punto nevralgico del conflitto, con Teheran che insiste nel voler imporre il proprio controllo sulla navigazione (attraverso pedaggi e minacce di raid contro chi devia dalle rotte autorizzate) rompendo il regime di libero passaggio che vigeva prima degli attacchi israelo-statunitensi di febbraio. 

La nuova e violenta escalation è arrivata dopo l’annuncio del Comando Centrale statunitense (Centcom). Su preciso ordine del presidente Donald Trump, le forze armate statunitensi hanno avviato massicci attacchi aerei mirati a “indebolire ulteriormente la sua capacità di minacciare la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz”. Il Centcom ha motivato l’ampia offensiva addossando alla Repubblica Islamica la piena responsabilità “della recente aggressione ingiustificata contro navi mercantili ed equipaggi civili che attraversano liberamente una vitale via navigabile internazionale”. 

I raid statunitensi hanno martellato circa 90 obiettivi militari, colpendo un ponte ferroviario nel nord-est del Paese e una base nella città costiera di Bushehr, che ospita l’unica centrale nucleare civile iraniana. Forti esplosioni, accompagnate dal decollo di caccia, hanno scosso le località portuali di Bandar Abbas, Sirik, Konarak e Chabahar, provocando estesi blackout elettrici. Secondo il ministero della Salute di Teheran, il bilancio iniziale dei bombardamenti Usa in cinque province è di almeno 14 morti e 78 feriti. 

La risposta della Repubblica Islamica non si è fatta attendere. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane (Irgc) hanno confermato di aver preso di mira con missili e droni le infrastrutture chiave delle basi militari statunitensi di Arifjan e Ali Al Salem in Kuwait, e di Juffair e Sheikh Isa in Bahrein. Sebbene il Kuwait abbia dichiarato di aver intercettato diversi “attacchi missilistici e con droni ostili”, pesanti detonazioni sono state chiaramente udite fino alla capitale del Bahrein, Manama. I Pasdaran hanno inoltre avvertito che la loro reazione si estenderà ad altre basi nella regione qualora l’offensiva di Washington dovesse proseguire. 

Dal canto suo, Trump ha subito replicato pubblicando su Truth Social i video delle operazioni aeree Usa: “Questa è una rappresaglia per il bombardamento navale di ieri da parte dell’Iran”, ha scritto il presidente, aggiungendo un avvertimento perentorio: “se succederà di nuovo, sarà molto peggio”.  

Poco prima, parlando ad Ankara a margine del vertice Nato, l’inquilino della Casa Bianca aveva chiarito la sua posizione strategica, ventilando persino l’ipotesi di un isolamento marittimo totale: “Potremmo ripristinare il blocco navale. E sarà solo per l’Iran, gli altri possono avere quello che vogliono”. 

La fiammata bellica giunge in un momento di estrema sensibilità interna per l’Iran, a ridosso dei funerali di Stato dell’ex Guida Suprema Ali Khamenei, ucciso lo scorso 28 febbraio all’inizio delle ostilità. Di fronte alla gravità della situazione, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha lanciato un accorato appello esortando “tutte le parti a esercitare la massima moderazione”, spalleggiato dal Pakistan, che continua a muoversi come mediatore chiave dietro le quinte. 

A livello politico, tuttavia, lo spazio per il dialogo appare ridotto al minimo. Trump ha dichiarato apertamente che il cessate il fuoco con l’Iran è da considerarsi “finito”, scommettendo su un epilogo militare fulmineo: “Qualsiasi cosa accada accadrà molto velocemente”. Il presidente si è scagliato contro l’attuale leadership di Teheran, definendoli a più riprese “persone malate e spietate”, per poi rincarare la dose: “Non voglio più avere nulla a che fare con loro. Sapete cos’è la feccia? Sono feccia. E se avessero un’arma nucleare, la userebbero. Per quanto mi riguarda, è finita”. 

Esiste un rimpallo di versioni anche sui canali di comunicazione rimasti aperti. Mercoledì sera, a bordo dell’Air Force One, Trump ha rivelato ai giornalisti che la controparte iraniana aveva “chiamato poco fa” e che desiderava “a tutti i costi raggiungere un accordo”, pur esprimendo forti riserve sull’affidabilità di interlocutori definiti “un po’ folli”.  

Una disponibilità smentita nei fatti dalle parole dei vertici politici di Teheran. Il capo negoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha infatti scritto su X che Hormuz rimarrà accessibile solo alle condizioni poste dal suo Paese, attaccando frontalmente la Casa Bianca: “Gli Stati Uniti non hanno ancora imparato che le prepotenze e il mancato rispetto delle promesse non restano impuniti. Sia chiaro: se colpite, sarete colpiti”. 

L’unico e flebile spiraglio diplomatico resta affidato ai canali sotterranei gestiti dai consiglieri statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner, sui quali lo stesso Trump ha chiosato mantenendo l’ultima parola: “Loro vogliono negoziare, sono brave persone, ma devono riferire a me. Per quanto mi riguarda, trattare con loro è solo una perdita di tempo: raggiungiamo un accordo e poi escono e dicono che non ne abbiamo mai discusso. C’è qualcosa che non va in loro, sono fuori di testa”.